Pallina e l’allegra combriccola
“A volte chi viene lasciato solo non si perde: impara a diventare casa.” Questa frase rappresenta bene il significato di una Fiaba.
C’era una volta una bambina di nome Pallina.
Aveva capelli biondi raccolti in una coda di cavallo che partiva alta, proprio sopra la testa, come se anche i suoi pensieri volessero stare sempre un passo più in alto della paura. I suoi occhi erano grandi e attenti, di quelli che osservano il mondo senza abbassare lo sguardo.
Pallina era davvero coraggiosa.
Non perché non avesse paura, ma perché aveva imparato a non farsi comandare da essa.
Suo padre era un uomo rude e cattivo. Parlava poco e quando lo faceva le sue parole graffiavano più dei rovi. Un giorno, senza spiegazioni e senza saluti, la condusse nel bosco fitto, dove gli alberi sembravano sussurrare segreti antichi.
La fece scendere dal carro, indicò un sentiero che non portava da nessuna parte e se ne andò.
Così. Lasciandola sola.
Il silenzio cadde come una coperta pesante.
Pallina sentì il cuore batterle forte, ma non pianse. Si strinse le mani, respirò a fondo e disse a voce alta:
— Io non mi perderò.
Fu allora che accadde qualcosa di strano.
Tra le foglie spuntò una lucertola verde, con occhi vispi e un sorriso furbo. Si fermò davanti a lei, inclinò la testa e parve studiarla con grande attenzione. Subito dopo, da dietro un cespuglio, saltò fuori un coniglio bianco, paffuto e con le orecchie sempre in movimento.
— Non sei una bambina qualunque — disse la lucertola, muovendo la coda.
— E nemmeno sola — aggiunse il coniglio, stringendo una piccola carota.
Pallina li guardò stupita. Avrebbe dovuto spaventarsi… e invece sentì qualcosa di caldo nel petto: la speranza.
— Mi hanno abbandonata — disse piano.
— Allora cammineremo insieme — rispose il coniglio.
— E troveremo la strada — concluse la lucertola.
Da quel momento, Pallina non fu più sola nel bosco.
Ogni passo che faceva la rendeva più forte, ogni incontro le insegnava che il coraggio non nasce dall’essere protetti, ma dal scegliere di andare avanti, anche quando il mondo ti ha voltato le spalle.
E così iniziò il viaggio di Pallina e dell’allegra combriccola.
Un viaggio fatto di prove, amicizia e scoperte…
perché a volte, proprio nel luogo dove si viene abbandonati, si trova la propria vera famiglia.

La prima prova nel bosco
Il bosco, di giorno, sembrava solo grande.
Ma quando il sole cominciò a calare, divenne immenso.
Le ombre si allungarono come dita sottili, i rumori cambiarono tono e ogni fruscio pareva un passo alle spalle. Pallina camminava stringendo il bordo della maglietta, il cuore in gola, ma senza fermarsi.
Aveva promesso a se stessa che non si sarebbe arresa.
Fu allora che il sentiero si divise in tre.
Uno era largo ma scuro, uno era luminoso ma pieno di spine, il terzo quasi invisibile, coperto di foglie e silenzio. Pallina esitò. Nessuna voce la guidava, nessuna mano adulta. Solo lei… e il bosco.
Chiuse gli occhi. Ascoltò.
Non con le orecchie, ma con qualcosa di più profondo.
Sentì il battito del proprio cuore calmarsi, come se qualcuno le avesse posato una mano gentile sul petto. Quando riaprì gli occhi, sapeva. Non perché avesse visto, ma perché sentiva la strada giusta.
Scelse il sentiero nascosto.
Camminò a lungo. Cadde una volta, si graffiò le ginocchia, ma si rialzò. E quando finalmente uscì dalla macchia fitta, davanti a lei apparve una radura illuminata da una luce dorata. L’aria era tiepida, profumava di muschio e fiori notturni.
Pallina si fermò, stupita. Aveva superato la prova.
In quel momento accadde qualcosa di ancora più straordinario.
Sentì il bosco rispondere alla sua presenza. Le foglie tremolarono piano, un ramo si spostò per lasciarla passare, un ruscello cambiò direzione per non bagnarle i piedi. Non era magia rumorosa, ma una forza silenziosa, viva.
Pallina capì.
Il suo dono era sentire ciò che è vero.
Riconoscere la strada giusta anche quando nessuno la indica.
Ascoltare il mondo e le creature che lo abitano, soprattutto quando sono spaventate o sole… come lei.
— Non mi hanno tolto tutto — sussurrò. — Mi hanno lasciato questo.
E proprio allora, tra l’erba della radura, qualcosa si mosse.
Due piccoli occhi brillavano nell’ombra.
La sua avventura non era che all’inizio.
L’incontro con l’allegra combriccola
Dall’erba alta della radura spuntò per prima una lucertola verde, lucida come una foglia dopo la pioggia. Camminava eretta sulle zampette posteriori e aveva uno sguardo sveglio, di quelli che sembrano sapere più cose di quante ne dicano.
Subito dopo, con un salto morbido, apparve un coniglio bianco, rotondo e pulito come una nuvola. Stringeva tra le zampe una carota rosicchiata a metà e annusava l’aria con attenzione.
— Ce l’ha fatta — disse la lucertola, annuendo.
— E senza piangere — aggiunse il coniglio, ammirato.
Pallina fece un passo indietro, sorpresa, ma non spaventata.
Qualcosa dentro di lei le diceva che non correva alcun pericolo.
— Chi siete? — chiese.
— Io sono una lucertola custode dei sentieri — rispose quella verde.
— E io sono un coniglio guardiano dei cuori — disse l’altro, gonfiando il petto.
Pallina li guardò, poi sorrise piano.
— Allora siete arrivati perché ho superato la prova?
I due si scambiarono uno sguardo complice.
— Sì — disse la lucertola. — Il bosco ti ha scelta.
— Perché il tuo dono è raro — aggiunse il coniglio.
Pallina abbassò lo sguardo sulle proprie mani.
— Io non vedo nulla di speciale…
— E invece senti — disse la lucertola.
Fu allora che capì davvero.
Il suo dono non era solo scegliere la strada giusta.
Era riconoscere la paura negli altri, anche quando non parlavano.
Era sentire quando un cuore era smarrito, quando un bambino si sentiva solo, abbandonato, confuso… proprio come era successo a lei.
— Io posso aiutare — sussurrò Pallina.
— Sì — disse il coniglio. — Puoi guidare chi si è perso.
— E insegnare che il coraggio non è non avere paura — concluse la lucertola — ma continuare a camminare insieme.
Da quel giorno, il dono di Pallina cambiò forma.
Ogni volta che incontrava un bambino triste, il bosco si apriva.
Ogni volta che qualcuno aveva paura, Pallina sentiva il sentiero giusto e lo mostrava. Non con ordini, ma con la presenza, con la voce calma, con la certezza che nessuno è sbagliato se si è perso.
Così nacque l’allegra combriccola.
Una bambina coraggiosa, una lucertola attenta e un coniglio dal cuore gentile.
Insieme aiutavano chi si sentiva solo a ritrovare la propria strada.
E il bosco, ogni volta che li vedeva passare, sorrideva.

Il primo bambino aiutato da Pallina
Non passò molto tempo prima che il dono di Pallina si facesse sentire di nuovo.
Mentre camminava con la lucertola e il coniglio lungo un sentiero coperto di aghi di pino, Pallina si fermò di colpo. Il cuore le fece un piccolo salto, come quando riconosci una voce anche senza vederla.
— Qui — disse piano.
— Qui cosa? — chiese il coniglio, drizzando le orecchie.
— Qui c’è qualcuno che ha paura.
Seguendo quella sensazione, arrivarono vicino a un grande albero cavo. Dentro, rannicchiato come un riccio, c’era un bambino poco più grande di Pallina. Aveva le ginocchia sporche di terra e stringeva una scarpa tra le mani.
— Non volevo perdermi… — mormorò senza alzare lo sguardo. — Ma è successo.
Pallina non disse subito nulla. Si sedette a terra, alla sua stessa altezza. Non lo toccò, non fece domande. Sentì.
Sentì la vergogna che faceva più male della paura.
Sentì il nodo in gola di chi pensa di aver sbagliato tutto.
— Anche io mi sono persa — disse infine. — E avevo molta paura.
Il bambino la guardò, sorpreso.
— Davvero?
Pallina annuì. In quel momento il bosco sembrò farsi più chiaro, come se ascoltasse anche lui.
— Sai qual è la cosa strana? — continuò lei. — Quando sei perso, non serve correre. Serve fermarsi… e ascoltare.
La lucertola si arrampicò sul tronco e indicò un piccolo segno inciso nella corteccia.
— Questo è un segnale antico — spiegò. — Porta fuori dal bosco.
Il coniglio porse al bambino una carota.
— Per il viaggio — disse serio serio.
Il bambino rise per la prima volta.
Quando finalmente arrivarono al margine del bosco, dove si vedeva una casa e una figura che chiamava con voce tremante, Pallina sentì qualcosa cambiare dentro di sé. Non era stanchezza. Era certezza.
Il bambino si voltò e la abbracciò forte.
— Grazie — disse. — Tu mi hai trovato.
Pallina sorrise piano.
— No — rispose. — Tu ti sei lasciato trovare.
Mentre lo guardavano correre verso casa, la lucertola parlò a bassa voce:
— Ora lo sai, vero?
Pallina annuì.
Il suo dono non era solo sentire la strada.
Era restare accanto a chi aveva paura finché non tornava a sentire se stesso.
E quello… era solo il primo.

La notte della paura
Quella notte il bosco non dormiva.
Il vento correva tra i rami come un animale inquieto, e la luna, nascosta dalle nuvole, lasciava solo strisce d’argento tra le foglie. Pallina camminava piano, stringendosi nel suo maglione, mentre la lucertola e il coniglio le stavano vicino.
Ma per la prima volta… non sentiva nulla.
Nessun richiamo.
Nessun sentiero chiaro.
Solo silenzio.
— Forse il tuo dono riposa — disse il coniglio, cercando di sorridere.
— O forse… — iniziò la lucertola, poi tacque.
Pallina si fermò. Il cuore le batteva come quella prima sera, quando era stata lasciata nel bosco.
— E se non fossi davvero speciale? — sussurrò. — E se avessi solo immaginato tutto?
Il bosco parve farsi più scuro. Ogni ombra diventava grande, ogni rumore una minaccia. Pallina sentì la paura risalirle le gambe, stringerle il petto. Era la stessa paura di allora. Quella di essere sola.
Poi accadde.
Un pianto.
Flebile, lontano, quasi inghiottito dal vento.
Pallina chiuse gli occhi. Ma più cercava il suo dono, più sembrava sfuggirle. Le mani le tremavano.
— Non lo sento… — disse con un filo di voce.
La lucertola le salì sulla spalla.
— Forse stai ascoltando troppo con la testa.
Il coniglio le prese la mano.
— E troppo poco con il cuore.
Pallina respirò. Una volta. Poi un’altra.
Non cercò più la strada giusta. Cercò il bambino.
Allora sentì qualcosa di diverso. Non una direzione, ma un’emozione: paura che cerca calore.
— Da quella parte — disse piano.
Camminarono nel buio, inciampando, bagnandosi i piedi nel ruscello. Pallina aveva paura, sì. Ma continuava. Perché ora sapeva una cosa: il coraggio non cancella la paura. Le cammina accanto.
Trovarono una bambina sotto un cespuglio, tremante, con il viso bagnato di lacrime. Pallina si inginocchiò davanti a lei e la abbracciò, senza dire nulla.
E il bosco, lentamente, si rischiarò.
Quando tornarono alla radura, la luna uscì dalle nuvole. Pallina sentì di nuovo il battito calmo nel petto.
— Il tuo dono non ti abbandona — disse la lucertola. — Ti aspetta.
— Perché cresce con te — aggiunse il coniglio.
Pallina sorrise, stanca ma serena.
Aveva capito.
Il suo dono non funziona quando non si fida di se stessa.
E la notte più buia… era servita a insegnarglielo.
Il Rifugio del Cuore Ascoltato

Dopo la notte della paura, il bosco cambiò modo di parlare a Pallina.
Non lo faceva con rumori o luci, ma con una sensazione nuova: un richiamo gentile, come quando qualcuno ti aspetta senza fretta.
— Lo sento — disse Pallina una mattina, fermandosi all’improvviso.
— Non è un sentiero — osservò la lucertola.
— È un posto — aggiunse il coniglio, annusando l’aria.
Seguendo quel richiamo arrivarono in una piccola valle nascosta, dove gli alberi formavano un cerchio naturale. Al centro c’era una grande quercia antica, così larga che il suo tronco sembrava abbracciare la terra. Alla base, una cavità profonda e asciutta, illuminata da una luce calda che filtrava dall’alto.
Non faceva paura.
Faceva sentire al sicuro.
Pallina si avvicinò e appoggiò la mano sul tronco. Il cuore le si calmò subito.
— Questo posto ascolta — sussurrò.
— E non giudica — disse la lucertola.
— E non manda via nessuno — concluse il coniglio.
Fu così che nacque il rifugio.
Non aveva porte né serrature. Chi arrivava lì dentro lo faceva perché ne aveva bisogno. Bambini che si erano persi nel bosco… ma anche bambini smarriti dentro: quelli che non si sentivano visti, quelli che avevano paura di parlare, quelli che pensavano di essere sbagliati.
Pallina non prometteva di risolvere tutto.
Prometteva solo una cosa:
— Qui puoi fermarti.
E bastava.
Nel rifugio si parlava poco. A volte si stava solo seduti, ad ascoltare il vento tra le foglie. La lucertola insegnava a riconoscere i segnali del bosco, il coniglio portava cibo e faceva ridere anche i più tristi. Pallina… sentiva.
Sentiva quando un bambino era pronto a tornare.
E quando aveva bisogno di restare ancora un po’.
Col tempo, gli animali del bosco impararono a guidare lì i piccoli smarriti. Gli uccelli cantavano più forte, i sentieri si piegavano, le luci tra gli alberi si accendevano piano.
Il rifugio non compariva sulle mappe.
Compariva nel momento giusto.
Una sera, guardando i bambini addormentati vicino alla quercia, Pallina capì una cosa importante:
non era stata abbandonata per essere spezzata.
Era stata lasciata sola perché potesse diventare un luogo sicuro per gli altri.
E il bosco, quella notte, la cullò come una madre silenziosa.

L’uomo che tornò dal sentiero sbagliato
Accadde in un pomeriggio silenzioso, quando il rifugio era vuoto e il bosco sembrava trattenere il respiro.
Pallina sentì il richiamo all’improvviso.
Non era come quello dei bambini smarriti.
Era più duro. Più antico.
Le fece stringere lo stomaco.
— Questo non mi piace — mormorò il coniglio.
— È qualcuno che conosci — disse la lucertola, seria.
Dal margine del bosco apparve una figura adulta. Camminava lento, come se ogni passo pesasse. Pallina lo riconobbe prima ancora di vederne il volto.
Era suo padre.
Non era più l’uomo grande e spaventoso dei suoi ricordi. Era curvo, con le spalle abbassate e gli occhi pieni di qualcosa che Pallina non aveva mai visto prima: incertezza.
Il cuore le batté forte. Il bosco attorno a loro non si mosse. Aspettava.
— Pallina… — disse lui, con una voce che non graffiava più.
Lei non corse. Non scappò.
Restò ferma.
— Sei tu che sei entrato nel bosco — rispose piano. — Io non mi sono più persa.
Quelle parole lo colpirono più di qualsiasi urlo.
— Ho sbagliato — disse l’uomo. — Pensavo che saresti diventata forte… ma avevo solo paura io.
Pallina sentì il dolore antico muoversi dentro di lei, come una ferita che smette finalmente di bruciare. Il suo dono si fece chiaro, calmo. Non per guidare lui… ma per guidare se stessa.
— Io sono diventata forte — disse. — Ma non grazie a te.
— Lo so — rispose l’uomo, abbassando lo sguardo.
Ci fu silenzio.
Poi Pallina fece un passo avanti. Non per abbracciarlo. Non per perdonarlo subito. Ma per dire la verità.
— Io aiuto i bambini che hanno paura — disse. — Perché so cosa vuol dire essere lasciati soli.
— E io? — chiese lui, con voce spezzata.
Pallina lo guardò a lungo.
— Tu devi trovare la tua strada. Come ho fatto io.
Il bosco allora si aprì in due sentieri. Uno chiaro, uno scuro.
La lucertola annuì.
Il coniglio sospirò.
L’uomo guardò Pallina un’ultima volta.
— Sei diventata più grande di me — disse.
— No — rispose lei. — Sono diventata me stessa.
Quando se ne andò, Pallina non pianse. Sentì solo una grande leggerezza. Il passato non la inseguiva più.
Tornò al rifugio, dove altri bambini sarebbero arrivati. Bambini che non avevano colpe, solo bisogno di essere ascoltati.
E Pallina era pronta.
Il bambino che non era pronto a tornare
Il bambino si chiamava Timo.
Arrivò al rifugio in silenzio, una sera di pioggia sottile. Non piangeva, non chiedeva nulla. Si limitò a sedersi vicino alla quercia, stringendo un bottone di legno nel pugno, come se fosse l’unica cosa che lo tenesse insieme.
Pallina lo sentì subito:
non era perso nel bosco.
Era perso dentro.
Timo rimase.
Un giorno.
Poi un altro.
Poi molti.
Dormiva poco, parlava ancora meno. Il coniglio gli portava da mangiare, la lucertola gli mostrava i sentieri, ma lui non seguiva nessuno. Pallina non lo forzò mai.
— Alcuni bambini — disse una sera — non hanno bisogno di tornare subito. Hanno bisogno di fermarsi.
Il rifugio lo accolse. E Timo, piano piano, smise di tremare.
Ma fu proprio allora che qualcosa cambiò.

La minaccia che non faceva rumore
Il bosco iniziò a comportarsi in modo strano.
Gli uccelli cantavano meno.
I sentieri si confondevano.
La luce nella quercia tremolava.
— C’è qualcosa che non va — disse la lucertola.
— Il rifugio viene visto — aggiunse il coniglio, spaventato.
Non era una creatura.
Non era un mostro.
Era il mondo degli adulti che si avvicinava.
Voci lontane.
Passi pesanti.
Uomini che parlavano di “bosco da ripulire”, di “bambini da riportare indietro”, di “luoghi che non devono esistere”.
Il rifugio, che viveva solo perché nascosto, stava per essere scoperto.
Pallina sentì il dono farsi teso come una corda. Non indicava più una strada… indicava un pericolo.
E proprio allora accadde qualcosa di inatteso.

Quando il mondo degli adulti si fermò
Gli adulti arrivarono al limite del bosco una mattina presto.
Non entrarono subito.
Si fermarono.
C’erano uomini con giacche pesanti, donne con taccuini, voci basse che parlavano di “bambini scomparsi”, di “procedure”, di “responsabilità”. Il bosco, di solito vivo e mobile, restò immobile come se trattenesse il fiato.
Pallina sentì il pericolo… ma anche qualcos’altro.
Confusione.
— Non sanno come fare — disse la lucertola.
— Hanno paura di sbagliare — aggiunse il coniglio.
Fu allora che accadde l’inatteso.
Una donna avanzò da sola. Non aveva l’aria di chi comanda. Aveva gli occhi stanchi di chi cerca da troppo tempo. Si fermò a pochi passi dagli alberi e parlò, non al bosco… ma al vuoto.
— Se c’è qualcuno lì dentro — disse — non vogliamo portarvi via con la forza.
Quelle parole attraversarono Pallina come una brezza calda.
Il suo dono cambiò di nuovo forma.
Capì che il mondo degli adulti non era tutto uguale.
Alcuni non volevano controllare.
Volevano capire.
Pallina fece ciò che nessuno si aspettava:
uscì dal bosco.
Non come una bambina spaventata.
Come una guida.
Gli adulti si zittirono vedendola. La donna si inginocchiò per guardarla negli occhi.
— Sei tu Pallina, vero? — chiese. — Ti cercavamo.
— Io sono qui — rispose Pallina. — E i bambini stanno bene.
Ci fu silenzio.
— Non vogliono essere presi — continuò Pallina. — Vogliono essere ascoltati.
Qualcosa cambiò allora. Non nei documenti. Non nelle regole.
Nei volti.
Un uomo si tolse il cappello.
Un altro abbassò la voce.
La donna annuì lentamente.
— Allora — disse — insegna anche a noi.
Quello fu l’inaspettato.
Il mondo degli adulti, per una volta, non impose.
Chiese aiuto.
Da quel giorno, il rifugio non fu più solo un luogo nascosto.
Divenne un ponte.
Alcuni adulti impararono a entrare senza fare rumore.
A sedersi.
A tacere.
Ad aspettare che fosse un bambino a parlare per primo.
E Pallina capì la cosa più grande di tutte:
il suo dono non serviva solo a proteggere i piccoli dal mondo degli adulti,
ma a insegnare agli adulti a tornare umani.
Il bosco, finalmente, respirò.

La voce che chiamava Pallina
Nella notte, mentre Timo dormiva, Pallina sentì una voce.
Non veniva dal bosco.
Veniva da fuori.
— Pallina…
Era una voce femminile. Stanca. Spezzata.
Una voce che conosceva.
— Pallina, dove sei?
Era la voce di qualcuno del suo passato.
Non del padre.
Qualcuno che non l’aveva abbandonata… ma cercata troppo tardi.
Il dono di Pallina si accese come non aveva mai fatto.
Capì in un istante: il mondo da cui era fuggita stava bussando.
E il rifugio non sarebbe rimasto al sicuro se lei non avesse fatto una scelta.
Guardò Timo che dormiva sereno per la prima volta.
Guardò la quercia.
Guardò i suoi amici.
— Forse — disse piano — il rifugio non deve sparire.
— Deve cambiare — disse la lucertola.
— E forse — aggiunse il coniglio — tu devi parlare anche al mondo da cui vieni.
Pallina respirò a fondo.
Il suo dono non serviva più solo ai bambini smarriti.
Serviva a proteggere ciò che li aveva salvati.
E l’alba che stava arrivando… non sarebbe stata come le altre.
Il rifugio che imparò a camminare
Il cambiamento iniziò piano, quasi senza farsi notare.
Una notte, mentre Pallina dormiva accanto alla quercia, sentì il terreno vibrare leggermente, come un respiro profondo. La lucertola aprì gli occhi per prima.
— Sta succedendo — sussurrò.
— Sta imparando — aggiunse il coniglio.
La grande quercia del rifugio non era più soltanto un albero. Le sue radici si sollevarono dalla terra senza spezzarla, come mani gentili che si staccano dal suolo. I rami si piegarono, formando archi protettivi. Le lanterne non caddero: si accesero di più.
Il rifugio… si mosse.
Non camminava come una casa.
Si spostava come fanno le cose vive: lentamente, solo quando serviva, solo verso chi ne aveva bisogno.
— Il rifugio non può restare nascosto per sempre — capì Pallina.
— Deve andare dove i bambini non riescono ad arrivare da soli.
Da quel giorno, il rifugio appariva in luoghi diversi:
ai margini delle città rumorose,
dietro scuole silenziose,
vicino a case dove le parole mancavano.
E Pallina capì che era giunto il momento di fare qualcosa di ancora più difficile.

Pallina lascia il bosco

Lasciare il bosco non significava abbandonarlo.
Significava portarlo con sé.
— Ho paura — ammise Pallina una mattina.
— Anche il coraggio ce l’ha — disse la lucertola.
— Ma esce lo stesso — concluse il coniglio.
Pallina uscì dal bosco con il rifugio che la seguiva come un’ombra buona. Gli adulti la videro arrivare senza clamore: una bambina, sì… ma con negli occhi qualcosa che loro avevano dimenticato.
Il suo dono cambiò ancora forma.
Non era più solo sentire i bambini smarriti.
Era insegnare agli adulti ad ascoltare senza aggiustare, senza comandare, senza avere fretta.
Pallina parlava poco.
Ma quando parlava, gli altri smettevano di correre.
I bambini imparavano che non erano sbagliati.
Gli adulti imparavano che non serviva essere duri per essere forti.
E il rifugio, quando non serviva, tornava nel bosco.
Aspettava.
Respirava.
Pallina crebbe.
Non smise mai di ascoltare.
E questa è la verità che lasciò al mondo:
Chi è stato abbandonato può diventare rifugio.
Chi si è perso può imparare a guidare.
E chi sa ascoltare… può cambiare il mondo senza fare rumore.
Nel bosco, ancora oggi,
se ti perdi davvero —
potresti vedere una luce calda.
E una bambina che ti aspetta
Il finale definitivo
Col tempo, Pallina crebbe.
Non smise mai di essere quella bambina con la coda di cavallo alta e lo sguardo attento. Alcuni dicevano che fosse speciale. Lei sorrideva sempre allo stesso modo.
— Io ho solo imparato una cosa — rispondeva.
E questa è la cosa che Pallina lasciò al mondo, come ultima lezione:
Chi è stato abbandonato può diventare rifugio.
Chi si è perso può imparare a guidare.
E chi sa ascoltare… può cambiare il mondo senza fare rumore.
Nel bosco, ancora oggi, se ti perdi davvero —
non fuori, ma dentro —
potresti vedere una luce calda tra gli alberi.
E una bambina che ti aspetta.












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