IL PAESE DELLA LUNA GRANDE
Nel Paese della Luna Grande, la notte non arrivava mai in silenzio.
Arrivava con un profumo: pane caldo e basilico.
Arrivava con un suono: il mare che batteva piano contro il porto.
Arrivava con una luce: la luna rotonda, enorme, così vicina che sembrava appoggiata sui tetti rossi delle case.
E in una di quelle case, proprio sopra una porticina verde, vivevano i due nonni più strani e meravigliosi del mondo.

Il Nonno Arturo aveva i capelli sempre spettinati come se avesse appena litigato con il vento.
La Nonna Mirta portava gli occhiali tondi, un sorriso furbo e un fiocco rosso tra i capelli, anche quando nessuno glielo chiedeva.
Ogni sera, seduti fuori, bevevano una tisana e facevano una cosa che a Eli sembrava assurda:
parlavano con la luna.
Eli, invece, non parlava con la luna.
Eli parlava con i guai.
Aveva otto anni, occhi grandi e scuri, e una faccia da “non sono stata io” che funzionava perfettamente anche quando aveva le mani piene di marmellata rubata.

Quella sera arrivò in cortile con un passo deciso, le braccia incrociate e lo sguardo di chi ha già deciso che la vita è ingiusta.
Dietro di lei saltellava Beth, sua sorella maggiore, dieci anni e mezzo, due trecce lunghe e un talento naturale per le battute.
«Eli ha appena cercato di addestrare un gatto a rubare biscotti,» annunciò Beth, come se stesse presentando uno spettacolo.
«Era un esperimento scientifico,» ribatté Eli.
«Era un crimine dolciario,» rispose Beth.
I nonni si guardarono e sorrisero.
Perché loro conoscevano Eli: non era cattiva. Era… piena.
Piena di energia, piena di domande, piena di quella tempesta di emozioni che i bambini spesso non sanno spiegare.
Ma quella sera, Eli era più nervosa del solito.
«Nonna,» disse, «è vero che nel Paese della Luna Grande esistono le magie?»
La Nonna Mirta non rispose subito.
Sorseggiò la tisana, guardò la luna, poi disse:
«Sì.»
Eli strinse gli occhi.
«Allora è vero anche che esistono le streghe?»
Il Nonno Arturo tossì.
Beth smise di ridere.

E perfino il gatto si fermò.
La Nonna Mirta abbassò la voce.
«Sì. Ma non tutte le streghe sono uguali.»
Eli fece un passo avanti.
«Perché oggi… ho visto qualcosa. Nel vicolo dietro la fontana. Una signora strana. Aveva un cappello verde… e un libro enorme.»
Beth spalancò gli occhi.
«Un cappello verde? Come quello delle storie?»
Eli annuì.
«E quando mi ha guardata… io ho sentito come… una stretta nello stomaco.»
Il Nonno Arturo appoggiò la mano sul tavolo.
«Allora è tornata.»
Beth sussurrò:
«Chi?»
La Nonna Mirta fissò Eli, seria.
«La Maga Cattiva.»
Eli deglutì.
«E perché dovrebbe interessarsi a me?»
La Nonna Mirta sospirò.
«Perché tu, Eli, hai qualcosa che lei vuole. Anche se ancora non lo sai.»
In quel momento, una finestra si aprì al piano di sopra.
E comparve Tess.
Tess era la loro vicina e migliore amica, con i capelli sempre arruffati e un vestito troppo grande pieno di toppe colorate. In mano aveva una scatola di latta.
«Ho trovato una cosa!» disse. «E secondo me… è magica.»
Eli e Beth corsero verso di lei, ma proprio mentre Tess stava per aprire la scatola…
un colpo di vento gelido attraversò il cortile.

La scatola di latta e la prima maledizione
La luna si oscurò per un istante e da lontano, dal vicolo dietro la fontana, arrivò una risata sottile.
Una risata che non apparteneva a nessuno del Paese della Luna Grande.
La scatola di latta e la prima maledizione
Tess teneva la scatola di latta come se fosse un tesoro.
Era piccola, rotonda, un po’ ammaccata, con un disegno sbiadito sopra: un uccellino e una luna.
«L’ho trovata vicino alla fontana,» disse, guardando Eli con occhi lucidi. «Era lì. Da sola. Come se… aspettasse qualcuno.»
Eli fece un passo avanti.
Beth, invece, fece due passi indietro.
«Io lo dico solo per sicurezza,» mormorò, «ma se questa cosa si apre e dentro c’è una rana… io non partecipo.»
Tess alzò il coperchio lentamente.
Non ci fu nessun rumore di rane.
Non ci fu nemmeno una luce abbagliante, come nelle storie.
Ci fu qualcosa di molto peggio.
Un silenzio.
Un silenzio così denso che sembrava una coperta buttata sul cortile.


I nonni smisero di respirare per un istante.
Tonio — il ragazzo della porta accanto — era comparso in quel momento sulla soglia, come sempre faceva quando sentiva che Eli stava per combinare qualcosa.
Tonio aveva i capelli spettinati e un maglione troppo grande, e fingeva di essere lì “per caso” ma Tonio era lì per un motivo preciso:
Eli.
«Che state facendo?» chiese.
Eli non rispose.
Aveva gli occhi fissi nella scatola.
Dentro, su un piccolo pezzo di stoffa scura, c’era un oggetto minuscolo.
Una caramella.
Una caramella avvolta in una carta dorata, con sopra stampata una stellina nera.
Beth sbuffò.
«Una caramella? Tutto questo dramma per una caramella?»
La Nonna Mirta si alzò in piedi.
«Non toccatela.»
Eli, ovviamente, la toccò.
Non fu un gesto cattivo.
Fu un gesto… da Eli.
Le sue dita sfiorarono la carta.
E la caramella, senza che nessuno la muovesse, rotolò fuori dalla scatola e cadde a terra.
Tac.
Un rumore piccolo, ma il cielo si spense per un istante.
La luna tremò.
Dal vicolo arrivò di nuovo quella risata sottile.
Tonio sussurrò:
«Io l’ho sentita. Prima. La risata.»
Tess fece un verso strozzato.
«Io… io pensavo fosse solo vento.»
Eli si chinò a raccogliere la caramella.
La Nonna Mirta le afferrò il polso.
«Eli. Guardami.»
Eli alzò lo sguardo e in quel momento tutti videro la cosa che li fece gelare.
Gli occhi di Eli… non erano più normali.
Non erano diventati neri o rossi o strani.
Erano diventati… lucidi.
Come se dentro ci fosse una luce che non apparteneva a lei.
Eli fece un sorriso che non era il suo.
Un sorriso troppo calmo.
Troppo adulto.
Con una voce che non era la sua, disse:
«Finalmente.»
Beth si aggrappò al braccio di Tess.
«Eli…?»
Eli voltò la testa piano verso di loro.
«Beth,» disse. «Tu parli troppo.»
Beth aprì la bocca.
Ma non uscì nessun suono.
Niente.
Beth si portò le mani alla gola.
Provò a ridere, a tossire, a urlare, ma non riusciva più a parlare.
Tonio fece un passo avanti.
«Che le hai fatto?!»
Eli lo guardò.
E sorrise ancora.
«Oh… tu. Il ragazzo della porta accanto. Sempre così bravo. Sempre così… corretto.»
Tonio deglutì.
«Non mi piace come mi stai guardando.»
Eli abbassò lo sguardo sulla caramella e la prese tra le dita.
La carta dorata brillò.
Poi la stellina nera si mosse.
Si mosse davvero.
Come se fosse viva.
La Nonna Mirta sussurrò una parola antica.
Una parola che non era italiano.
Una parola che sapeva di sale e di legno e di vecchie storie.
Subito, il Nonno Arturo prese dalla tasca un oggetto che nessuno aveva mai visto prima:
un piccolo fischietto d’argento.
Lo portò alle labbra e soffiò.
Il suono fu sottile.
Quasi invisibile.
Ma il vento nel cortile si fermò.
La luce della luna tornò.
Eli sbatté le palpebre.
Il sorriso sparì.
Si guardò intorno come se si fosse svegliata.
«Che… che state facendo?» disse.
Beth, invece, non parlava ancora.
Si guardava le mani, terrorizzata.
La Nonna Mirta abbracciò Beth forte, con una dolcezza improvvisa.

Poi guardò gli altri e disse:
«È cominciato.»
Tonio sussurrò:
«Che cosa?»
La Nonna Mirta indicò la caramella.
«La prima maledizione.»
Tess tremava.
«Ma… perché Beth? Perché lei?»
La Nonna Mirta guardò Eli e per la prima volta, nei suoi occhi comparve una paura vera.
«Perché la Maga Cattiva non colpisce chi è più debole.»
Fece una pausa.
«Colpisce chi può tenere unita la famiglia.»
Beth era quella che faceva ridere.
Quella che scioglieva la tensione.
Quella che, con una battuta, faceva sembrare tutto meno spaventoso.
E adesso…
Beth era muta.
Eli abbassò lo sguardo, colpita come se avesse ricevuto uno schiaffo.
«Io… io non volevo.»
Tonio, invece, fissava la scatola.
«Quella caramella… era un’esca.»
La Nonna Mirta annuì.
«Sì.»
Il Nonno Arturo si avvicinò alla scatola e la chiuse.

Poi disse una frase che fece venire la pelle d’oca a tutti:
«Se la scatola si è aperta… significa che la magia cattiva ha trovato la strada per entrare nel Paese della Luna Grande.»
Un altro soffio di vento.
Un rumore, lontano.
Come un passo sul selciato.
E da qualche parte, nel buio del vicolo, una voce sussurrò:
«Adesso… giochiamo.»
La Maga Buona e il Patto del Filo Rosso
Quella notte, nel Paese della Luna Grande, nessuno dormì davvero.
Beth era sdraiata sul letto con gli occhi spalancati, le mani strette al lenzuolo come se potesse afferrarsi alla sua voce e tirarla indietro.
Eli stava seduta sul pavimento, con le ginocchia al petto.
Non piangeva.
Non perché non ne avesse voglia.
Ma perché il senso di colpa le era rimasto bloccato in gola, come una pietra.
Tonio, sulla soglia della stanza, teneva le braccia incrociate. Non parlava molto, lui. Però era rimasto.
Tess camminava avanti e indietro, con la scatola di latta in mano, come se potesse strangolarla.
E i nonni… i nonni non erano più “solo nonni”.
La Nonna Mirta aveva acceso una candela.
Il Nonno Arturo aveva tirato fuori dal cassetto un vecchio panno con ricami strani, e lo aveva steso sul tavolo come fosse una mappa.
«Questa non è una maledizione qualunque,» disse Mirta piano.
Tonio alzò un sopracciglio.
«Ah no? Perché?»
Il Nonno Arturo lo guardò con una serietà che Tonio non gli aveva mai visto.
«Perché è una maledizione fatta apposta per i bambini.»
Eli sollevò lo sguardo.
«Che significa?»
La Nonna Mirta sospirò.
«Significa che non colpisce il corpo. Colpisce le cose invisibili.»
Tess strinse la scatola.
«La voce è invisibile.»
Mirta annuì.
«Esatto. E la Maga Cattiva ha scelto Beth per un motivo.»
Eli si voltò verso la sorella.
Beth li guardava.
Gli occhi lucidi.
Eli si avvicinò piano.
Le prese la mano.
Beth la strinse forte, come se volesse dire:
Non lo fare mai più. Ma non lasciarmi.
In quel momento, la candela tremò.
Non per il vento.
Perché… nella stanza entrò qualcosa.
Un profumo di rosmarino.
Di sale.
Di pane caldo.
La finestra era chiusa, eppure una brezza leggera passò tra i capelli di Eli.
La fiamma si inclinò.
E la scatola di latta… iniziò a vibrare.
Tess fece un salto indietro.
«Oddio, oddio, oddio!»
Tonio si mise davanti a Eli, istintivamente.
«State tutti fermi.»
Il Nonno Arturo alzò il fischietto d’argento.

Ma la Nonna Mirta gli prese il polso.
«No.»
Arturo la guardò.
«Mirta…»
«Non è lei.»
E in quel momento, sul bordo del tavolo, apparve una cosa che non c’era un secondo prima:
un filo rosso. Sottile. Brillante. Come seta.
E si muoveva da solo, come se respirasse.
Beth lo fissò, incantata.
Eli sussurrò:
«Ma… da dove…»
La voce arrivò prima della figura.
Una voce vecchia e giovane insieme.
Calda. Ironica.
«Da dove arrivano tutte le cose importanti, cara mia.»
La luce nella stanza cambiò.
E, come se fosse sempre stata lì, apparve la Maga Buona.
Non era alta.
Non era “bella” nel modo delle principesse.
Era bella come una cosa vera.
Aveva capelli grigi spettinati, grandi occhi azzurri e un cappello verde enorme, troppo grande persino per lei.
Ma il suo cappello non faceva paura.
Faceva sorridere.
Indossava un mantello consumato e portava con sé un libro grosso e vissuto, pieno di segnalibri.
E quando guardò Eli, non la giudicò.
Le sorrise.
«Ciao, Eli.»
Eli rimase immobile.
«Tu… tu mi conosci.»
La Maga Buona si sedette al tavolo come se fosse a casa sua.
«Certo che ti conosco. Sei la bambina che apre le scatole senza leggere le avvertenze.»
Tonio sbuffò piano.
Tess, invece, era ipnotizzata.
«Sei… sei una maga vera?»
La Maga Buona alzò un sopracciglio.
«No, Tess. Sono un’imitazione economica.»
Poi sorrise.
«Sì. Sono una maga vera.»

Il Nonno Arturo si alzò in piedi.
«Finalmente.»
La Maga Buona lo guardò con dolcezza.
«Arturo. Mirta. Avete fatto bene a chiamarmi.»
Eli spalancò gli occhi.
«L’hanno chiamata? Quando?»
La Maga Buona indicò il fischietto d’argento.
«Quel suono non si sente con le orecchie. Si sente con le storie.»
Poi guardò Beth.
Beth non parlava, ma i suoi occhi erano un urlo.
La Maga Buona si avvicinò.
Le prese il viso tra le mani.
E Beth sentì qualcosa.
Non la voce.
Ma una carezza dentro.
Come se qualcuno le dicesse:
Ti vedo. Ti sento. Non sei persa.
La Maga Buona si voltò verso tutti.
«Ascoltatemi bene. Questa è una maledizione della Maga Cattiva.»
Eli tremò.
«Quella del vicolo?»
La Maga Buona annuì.
«Sì. Lei si nutre delle cose che uniscono.»
Fece una pausa.
«E sapete qual è la cosa che unisce più di tutte?»
Tonio rispose piano:
«La famiglia.»
La Maga Buona sorrise.
«Esatto. E Beth… è la vostra corda. Quella che tiene insieme tutto. Quella che, con una risata, fa respirare anche quando il mondo stringe.»
Eli abbassò la testa.
«È colpa mia.»
La Maga Buona la guardò.
«È responsabilità tua.»
Eli sussultò.
La Maga Buona continuò, calma:
«Colpa significa che sei cattiva.
Responsabilità significa che puoi rimediare.»
Eli alzò gli occhi, pieni di lacrime.
La Maga Buona tornò al tavolo e prese il filo rosso.
Lo sollevò.
Il filo scintillò e si allungò, come se avesse una vita propria.
«Questo è il Filo Rosso.»
Tess sussurrò:
«Come quello delle leggende…»
La Maga Buona annuì.
«È un patto. Un legame. Una promessa. Ma soprattutto… è una strada.»
Tonio chiese:
«Una strada per cosa?»
La Maga Buona guardò Beth.
«Per riportarle la voce.»
Beth trattenne il respiro.
La Maga Buona si sedette e aprì il suo libro.
Le pagine si muovevano come se avessero vento dentro.
«La maledizione può essere spezzata.»
Eli si aggrappò alle parole.
«Davvero?»
«Sì,» disse la Maga Buona. «Ma non con una formula.»
Tonio si irrigidì.
«Allora come?»
La Maga Buona sorrise, e nei suoi occhi c’era qualcosa di antichissimo.
«Con tre cose invisibili.»
Tess fece un passo avanti.
«Quali?»
La Maga Buona alzò tre dita.
«Una parola vera.»
Un dito.
«Un gesto di coraggio.»
Secondo dito.
«E un ricordo felice.»
Terzo dito.
Eli sussurrò:
«Tutto qui?»
La Maga Buona la guardò.
«Eli… tu non hai idea di quanto siano difficili, a volte, le cose invisibili.»
Il Nonno Arturo annuì.
La Nonna Mirta strinse la mano di Beth.
Tonio guardò Eli e disse piano:
«Io ci sto.»
Tess si illuminò.
«Io pure! Io sono bravissima coi ricordi! Ho un sacco di ricordi strani!»
Beth sorrise appena.
Eli guardò la sorella.
Poi guardò la Maga Buona.
«E dove le troviamo?»
La Maga Buona richiuse il libro con un tonfo morbido.
E il filo rosso si allungò.
Scivolò sul tavolo.
Passò tra le dita di Eli.
Poi tra quelle di Tonio.
Poi di Tess.
Poi… di Beth.
E quando il filo toccò Beth, per un istante, la candela brillò più forte.
La Maga Buona disse:
«Le troverete dove la Maga Cattiva non può entrare.»
Eli aggrottò la fronte.
«E dove sarebbe?»
La Maga Buona sorrise.
«Nei luoghi che esistono solo quando qualcuno ama davvero.»
Tess sussurrò:
«Tipo… casa.»
La Maga Buona annuì.
«Esatto.»
Poi si alzò.
«Domani vi porterò nel primo luogo.»
Tonio deglutì.
«E qual è?»
La Maga Buona guardò fuori dalla finestra.
La luna era tornata piena.
Enorme.
Vicina.
E disse:
«Il Porto dei Ricordi.»
Eli sentì un brivido.
Perché, da lontano, dal vicolo dietro la fontana…
arrivò una risata.
Più forte di prima.
Come se la Maga Cattiva avesse ascoltato.
E una voce sussurrò, sottile come un ago:
«Tre cose invisibili…?»
Una pausa.
Poi:
«Allora… gliele ruberò.»
Il Porto dei Ricordi
Il mattino arrivò presto, ma nel Paese della Luna Grande non sembrava davvero mattino.
Sembrava… una promessa.
La luna era ancora visibile, pallida, come una moneta d’argento lasciata nel cielo.
Il mare, invece, aveva quel colore che esiste solo quando qualcuno sta per succedere: un azzurro pieno di segreti.
Beth camminava in mezzo a loro senza parlare.
Aveva un cappotto troppo grande e un berretto calato sugli occhi.
Ogni tanto guardava Eli, e Eli abbassava lo sguardo.
Tonio teneva le mani in tasca e il passo vicino a Beth, come se la sua presenza potesse fare da scudo.
Tess saltellava avanti e indietro, stringendo la scatola di latta.
«Secondo me,» disse sottovoce, «il Porto dei Ricordi è un posto dove la gente… trova le cose che aveva dimenticato.»
La Maga Buona camminava davanti a tutti.
Non aveva fretta.
E non sembrava preoccupata.
Ma Eli notò una cosa:
ogni tanto, la Maga Buona si voltava a controllare il vicolo dietro la fontana.
Come se sapesse che qualcuno li stava guardando.
Arrivarono al porto.
Era un posto bellissimo.
Le barche erano piccole e colorate, come giocattoli.
Le reti da pesca erano appese ad asciugare e sembravano ragnatele d’oro.
Sulle pietre del molo c’erano gabbiani che litigavano per un pezzo di pane.
E poi c’era il suono.
Il suono del mare che faceva sempre la stessa cosa da secoli:
andare e tornare.
La Maga Buona si fermò al centro del molo e si voltò verso i bambini.
«Eccoci,» disse.
Eli deglutì.
«E adesso?»
La Maga Buona aprì il libro.
Le pagine frusciarono come ali.
«Il primo oggetto invisibile che ci serve è un Ricordo Felice.»
Tonio aggrottò la fronte.
«Ma un ricordo non si prende. È nella testa.»
La Maga Buona sorrise.
«Se fosse così semplice, Tonio, le magie cattive non esisterebbero.»
Poi guardò Beth.
Beth si strinse nelle spalle.
Eli fece un passo avanti.
«Deve essere un ricordo di Beth?»
La Maga Buona annuì.
«Sì. È la sua voce che stiamo cercando. E la voce vive nei ricordi.»
Tess spalancò gli occhi.
«Allora dobbiamo farle ricordare qualcosa di felice!»
La Maga Buona fece un gesto lento con la mano.
«Non basta ricordare. Bisogna trovare il ricordo giusto. Quello che ha lasciato una luce dentro di lei.»
Eli si morse il labbro.
«Ma… Beth ha tanti ricordi felici.»
La Maga Buona la guardò.
«Sì. E la Maga Cattiva cercherà di rovinarli tutti.»
Il vento cambiò.
Eli sentì un brivido sulla nuca.
Tonio lo sentì anche lui.
Si voltò.
«Qualcuno…»
Tess sussurrò:
«Ci sta seguendo.»
La Maga Buona chiuse il libro.
«Sì.»
Eli spalancò gli occhi.
«E tu lo dici così?!»
La Maga Buona alzò un sopracciglio.
«Eli, cara… la paura è utile solo se ti fa stare sveglia. Se ti paralizza, diventa un regalo per la Maga Cattiva.»
Beth guardava il mare.
Eli le si avvicinò piano.
Le prese la mano.
Beth la lasciò fare.
Eli sussurrò:
«Dimmi un ricordo. Uno bello. Uno che ti fa sorridere anche adesso.»
Beth la guardò e poi fece qualcosa.
Si portò una mano al petto, come se cercasse una cosa lì dentro.
Poi indicò, con un dito, una barca.
Una barca piccola, blu, legata al molo.
Tonio la guardò.
«Quella barca?»
Beth annuì.
Tess fece una faccia sorpresa.
«Ma quella è la barca del signor Nino! Quello che vende le acciughe!»
Beth sorrise appena.
Eli capì.
«È successo qualcosa su quella barca… vero?»
Beth annuì.
Poi prese la mano di Eli e scrisse con il dito sul palmo:
“PESCI.”
Eli strinse gli occhi.
«Pesci?»
Beth scrisse ancora:
“NOI.”
Tonio si illuminò.
«Aspetta… era quel giorno in cui…»
Eli lo guardò.
«Tu c’eri?»
Tonio arrossì.
«Io… sì. Ero… vicino.»
Tess sbuffò.
«Tonio, tu sei sempre vicino.»
Beth rise senza suono.
Ma il suo viso si addolcì.
La Maga Buona li osservò.
«Bene. Avete trovato l’ancora.»
Eli sussurrò: «L’ancora?»
«Sì,» disse la Maga Buona. «Ogni ricordo felice ha un’ancora: un oggetto, un luogo, un odore, un suono. Qualcosa che lo tiene legato alla realtà.»
Eli guardò la barca blu.
«Allora dobbiamo salire.»
Tonio annuì.
«Sì.»
Tess fece un salto.
«Sì!»
Beth li guardò e annuì piano.
Salirono sulla barca.
Era piccola e dondolava dolcemente.
Il mare faceva un rumore lieve, come un respiro.
E appena Beth mise piede sul legno…successe.
Il mondo cambiò.
Non si vide una magia spettacolare.
Non ci furono fuochi d’artificio.
Ci fu… un profumo.
Pesce e sale e pane.
E un suono.
Risate.
Risate vere.
Beth chiuse gli occhi.
Eli la guardò.
E capì che il ricordo era arrivato.
Beth era più piccola, nel ricordo.
Lei e Eli erano sedute su quella barca con i piedi a penzoloni.
Il signor Nino aveva dato loro una rete minuscola.
«Provate,» aveva detto. «Ma attenzione: se prendete un pesce… dovete dirgli grazie.»
Beth nel ricordo aveva riso.
Eli nel ricordo aveva detto:
«Io non ringrazio i pesci.»
Beth aveva risposto:
«Allora non ti ringrazieranno loro quando ti mangeranno!»
Eli aveva fatto la faccia arrabbiata.
E Beth aveva riso ancora.
Poi era successo.
Un pesciolino argentato era rimasto impigliato nella rete.
Eli aveva urlato.
Tess, nella realtà, guardò Eli.
«Eli… stai… sorridendo.»
Eli si accorse che sì.
Stava sorridendo.
Perché quel ricordo era caldo. Semplice e vero.
Beth, nel ricordo, aveva preso il pesciolino tra le mani, piano piano.
Lo aveva guardato e aveva sussurrato:
«Grazie.»
Poi lo aveva rimesso in mare.
Eli, nel ricordo, l’aveva guardata e aveva detto:
«Sei scema.» Beth aveva risposto:
«No. Sono gentile.»
Eli aveva fatto una pausa. Poi, piano, aveva detto:
«Allora… anch’io.»
Aveva sussurrato:
«Grazie.»
Beth, nella barca, nella realtà, tremò.
Il suo viso si illuminò e per un istante…un suono uscì dalla sua gola.
Un suono minuscolo.
Come un soffio.
Come una sillaba che cerca la strada.
Eli spalancò gli occhi.
«Beth…!»
Beth si portò le mani alla bocca.
Ci provò ancora.
Un altro soffio.
Quasi una risata.
Tess si mise le mani sul cuore.
«Sta tornando!»
Tonio sorrise, ma la Maga Buona non sorrise.
La Maga Buona guardò il mare e disse piano:
«Attenti.»
Il cielo si fece più freddo.
Il mare cambiò colore.
La barca smise di dondolare dolcemente.
Come se l’acqua fosse diventata densa.
E dal riflesso del mare…
apparve un volto.
Un volto rugoso.
Un sorriso sottile.
Occhi cattivi.
La Maga Cattiva.

Non era davvero lì.
Era nel ricordo e la sua voce uscì dall’acqua come un sussurro:
«Che bello… un ricordo felice.»
Eli sentì lo stomaco stringersi.
Tonio si irrigidì.
Tess sussurrò:
«No…»
La Maga Cattiva sorrise.
«Sapete cosa mi piace dei ricordi felici?»
Pausa.
«Che si possono rovinare.»
E il ricordo cambiò.
Il pesciolino nella rete…
non era più un pesciolino.
Era diventato più scuro.
Più grande.
Eli nel ricordo iniziò a piangere.
Beth nel ricordo non rideva più.
Il signor Nino non sorrideva.
Urlava.
«Avete rovinato tutto! Avete rotto la rete! Andate via!»
Eli, nella realtà, sussultò.
Beth si piegò in avanti, come se qualcuno le avesse dato un colpo.
Tonio afferrò Beth per le spalle.
«No. Non è vero.»
Tess tremava. «Sta… sta cambiando il ricordo…»
La Maga Buona alzò il libro.
«Eli! Tonio! Tess! Tenetevi stretti!»
Eli gridò:
«Ma come?!»
La Maga Buona urlò: «CON UNA PAROLA VERA!»
Eli rimase senza fiato.
Tonio guardò Beth.
Poi guardò Eli.
E disse, forte:
«QUEL GIORNO È STATO BELLO!»
La Maga Cattiva rise.
«Oh, che tenero.»
Il ricordo si fece ancora più scuro.
Beth nel ricordo iniziò a dire qualcosa…
ma non aveva voce.
Eli, nella realtà, guardò la sorella.
Le prese la mano e disse, con una voce che tremava:
«Beth… io ti ho sempre seguita.»
La Maga Cattiva si fermò.
Come se quella frase l’avesse punta.
Eli continuò, più forte:
«Io faccio la dura. Faccio la cattiva. Faccio la dispettosa…»
Le lacrime le scesero.
«Ma tu… tu mi fai sentire al sicuro.»
Tonio guardò Eli, sorpreso.
Tess si portò una mano alla bocca.
La Maga Cattiva ringhiò.
«No.»
Eli strinse la mano di Beth.
«E questo ricordo non lo tocchi.»
Beth, nella realtà, aprì la bocca e per la prima volta da quando era stata colpita…uscì un suono vero.
Piccolo.
Rotto.
Ma vero.
«E…li.»
Eli scoppiò a piangere.
Tess fece un singhiozzo.
Tonio sorrise con gli occhi lucidi.
La Maga Buona chiuse il libro e il mare tornò normale.
La barca riprese a dondolare.
Il cielo si scaldò.
La Maga Cattiva svanì dal riflesso, ma la sua voce rimase nell’aria come un graffio:
«Una parola vera…»
Pausa.
«Interessante.»
E poi, più piano:
«Ne mancano ancora due.»
La Maga Buona guardò Beth.
Beth respirava forte, come se avesse corso.
Eli la abbracciò.
Beth non parlò ancora davvero.
Ma il suo sguardo disse tutto.
La Maga Buona sorrise, finalmente.
«Avete trovato il Ricordo Felice.»
Tess sussurrò:
«E… adesso?»
La Maga Buona guardò il cielo.
«Adesso cerchiamo il Gesto di Coraggio.»
Tonio deglutì.
Eli strinse i pugni.
Perché sapeva già una cosa:
la Maga Cattiva non avrebbe lasciato loro nessun gesto facile.
Il Gesto di Coraggio
Quando tornarono dal porto, il Paese della Luna Grande sembrava uguale.
Le case erano sempre lì.
Le persiane verdi.
I panni stesi.
I gatti sulle soglie.
Ma per Eli, Beth, Tess e Tonio… non era più lo stesso.
Perché adesso sapevano una cosa:
la magia esisteva davvero, e non era tutta buona.
Beth camminava tra loro con un passo più leggero.
Non parlava ancora, ma ogni tanto dalla sua gola usciva un piccolo suono, come una sillaba che prova a nascere.
Eli non la lasciava mai.
Tonio camminava un mezzo passo dietro, pronto a intervenire.
Tess stringeva la scatola di latta come se fosse una bomba.

La Maga Buona li guidava senza fretta e quando arrivarono davanti alla fontana…si fermò.
La fontana del Paese era al centro della piazza.
Di giorno era bellissima: acqua limpida, pietra chiara, due pesci scolpiti che sputavano un filo d’acqua.
Ma adesso…adesso la fontana sembrava diversa.
L’acqua era troppo ferma.
Troppo scura.
E il suono del paese — le voci, i passi, il mercato — sembrava lontano.
Come se qualcuno avesse abbassato il volume del mondo.
Tonio deglutì.
«Qui.»
La Maga Buona annuì.
«Qui.»
Tess sussurrò:
«Io non voglio entrare nel vicolo.»
Eli la guardò.
«Nemmeno io.»
Beth strinse la mano di Eli.
Eli la strinse più forte.
La Maga Buona aprì il libro.
«Il secondo oggetto invisibile è un Gesto di Coraggio.»
Tonio sbuffò piano.
«Sì, ok, ma… quale gesto?»
La Maga Buona alzò gli occhi e li fissò uno per uno.
«Il gesto che vi fa più paura.»
Eli sentì il cuore saltarle in gola.
Tess sbiancò.
Tonio strinse i denti.
Beth li guardò.
Poi fece un gesto piccolo.
Indicò Eli.
Eli si irrigidì. «Io?»
Beth annuì.
Eli si sentì improvvisamente… arrabbiata.
Non contro Beth. Contro tutto.
«Perché sempre io?! Io ho già fatto abbastanza!»
La Maga Buona parlò calma.
«Perché tu sei quella che ha aperto la scatola.»
Eli abbassò lo sguardo.
La Maga Buona continuò:
«E perché tu sei quella che può chiuderla davvero.»
Tess sussurrò:
«Ma… come?»
La Maga Buona indicò il vicolo dietro la fontana.
Un vicolo stretto, scuro, dove la luce non sembrava mai entrare del tutto.
«Lì dentro,» disse, «c’è il punto in cui la magia cattiva ha messo radici.»
Tonio fece un passo avanti.
«Ci vado io.»
La Maga Buona lo guardò.
«Perché?»
Tonio arrossì, ma non abbassò lo sguardo.
«Perché… Eli non deve farlo da sola.»
Eli lo guardò, sorpresa.
Tonio fece finta di non vedere.
Beth guardò Tonio con un’espressione strana.
Come se avesse capito qualcosa.
Tess disse:
«Io posso… posso portare la scatola.»
La Maga Buona annuì.
«Sì. Ma ricordate: il coraggio non è entrare senza paura.»
Fece una pausa.
«Il coraggio è entrare con la paura.»
Eli respirò forte.
Poi fece un passo.
Uno solo.
Verso il vicolo.
E il mondo… cambiò.
Non fu un lampo.
Fu come se l’aria diventasse più fredda.
Come se le pietre sotto i piedi fossero più dure e come se, dentro quel vicolo, qualcuno stesse già sorridendo.
Tonio la seguì.
Tess dietro.
Beth per ultima e la Maga Buona chiuse la fila.
Il vicolo odorava di umido e ferro.
C’era una porta vecchia, chiusa, con un chiodo arrugginito.
C’erano due finestre sbarrate; c’era… qualcosa di strano.
Un segno sulla parete.
Un simbolo nero, disegnato come una stellina rotta.
Eli sentì la pancia stringersi.
«È quella della caramella.»
La Maga Buona annuì.
«Sì.»
Tess tremava.
«Allora… lei è qui.»
Tonio sussurrò:
«Lo sento.»
Beth strinse la mano di Eli.
Eli chiuse gli occhi per un secondo; poi li riaprì disse:
«Va bene. Che devo fare?»
La Maga Buona indicò la scatola.
«Aprila.»
Tess la guardò, sconvolta.
«Aprirla?! Ma…»
La Maga Buona non distolse lo sguardo.
«Sì. Ma stavolta… non come la prima volta.»
Eli prese la scatola.
La latta era fredda.
Quasi gelida.
La aprì.
Dentro, la caramella era ancora lì.
Non era più dorata, era diventata più scura.
E la stellina nera… pulsava.
Come un cuore.
Eli deglutì.
Tonio le mise una mano sulla spalla. «Ci sono.»
Eli annuì.
Poi sollevò la caramella.
E in quel momento…la risata arrivò.
Non da lontano.
Da vicinissimo.
Proprio dietro di loro.
«Ohhh…»
La voce era sottile.
Tagliente.
Piena di divertimento.
«Siete venuti davvero.»
Eli si voltò e la vide. La Maga Cattiva.
Era alta, magra, con un mantello scuro che sembrava fatto di ombre.
Gli occhi erano piccoli e luminosi, come due spilli.
Il sorriso era un taglio.
E il cappello… era nero.
Nero come una notte senza luna.
Tess fece un verso soffocato.
Tonio si mise davanti a Eli.
Beth si irrigidì.
La Maga Cattiva li guardò uno per uno.
«Che gruppo tenero.»
Poi fissò Eli.
«Tu.»
Eli sentì il sangue gelarsi.
La Maga Cattiva fece un passo avanti.
«Hai aperto la scatola.»
Eli strinse la caramella.
«Non volevo.»
La Maga Cattiva rise.
«Ma lo hai fatto.»
Fece un altro passo.
«E adesso vuoi rimediare.»
Eli non rispose.
Tonio disse, duro:
«Lasciala stare.»
La Maga Cattiva lo guardò come si guarda un insetto.
«Tu sei il ragazzo della porta accanto.»
Tonio strinse i pugni.
«Sì.»
La Maga Cattiva sorrise.
«Mi piaci. Sei pieno di paura, ma fai finta di no.»
Tonio non si mosse.
Eli tremava.
La Maga Buona parlò finalmente.
«Basta.»
La Maga Cattiva la guardò.
E il sorriso si allargò.
«Ah. Sei arrivata.»
La Maga Buona alzò il libro.
«Non avrai questi bambini.»
La Maga Cattiva fece una risatina.
«Io non voglio i bambini…»
Pausa.
«Io voglio le cose che li tengono insieme.»
Eli sentì un brivido.
La Maga Cattiva indicò Beth. «La sua voce.»
Poi indicò Eli. «Il suo coraggio.»
Poi indicò Tonio. «La sua fedeltà.»
Poi indicò Tess. «La sua fantasia.»
Eli sussurrò: «Perché?»
La Maga Cattiva si avvicinò ancora.
«Perché se io rubo quelle cose…»
Fece un sorriso.
«Resto io l’unica magia del mondo.»
Eli sentì la rabbia montare.
Non quella dispettosa.
Quella vera.
Quella che nasce quando qualcuno vuole spezzare ciò che è fragile.
La Maga Cattiva indicò la caramella.
«Dammi quella.»
Eli strinse la caramella più forte.
«No.»
La Maga Cattiva inclinò la testa.
«No?»
Eli respirò e disse una frase che nemmeno lei si aspettava: «Non ti do niente.»
La Maga Cattiva rise.
E poi… il vicolo si oscurò. Le pareti sembrarono stringersi. Le pietre sotto i piedi divennero scivolose.
Eli si sentì piccola. Piccolissima.
Beth tremava.
Tonio cercò di restare fermo.
Tess stava quasi per piangere.
La Maga Cattiva sussurrò:
«Allora vediamo quanto dura il tuo coraggio.» All’improvviso, davanti a Eli, apparve una scena.
Non un sogno. Non un ricordo. Una paura.
Eli vide Beth che se ne andava.
Beth con una valigia. Beth che non la guardava più. Beth che non rideva più. Beth che non la proteggeva più.
Eli sentì il cuore spezzarsi.
«No…»
Tonio le strinse la spalla.
«Eli, non è vero!»
Ma Eli vedeva e sentiva.
La paura era così forte che quasi la faceva cadere.
La Maga Buona urlò:
«Eli! IL GESTO!»
Eli guardò la caramella. La caramella era la radice. La caramella era l’esca. La caramella era il punto.
Eli capì.
Il gesto di coraggio non era entrare nel vicolo. Non era guardare la Maga Cattiva. Non era nemmeno dire “no”.
Il gesto di coraggio era…rinunciare. Rinunciare alla tentazione. Rinunciare alla magia facile. Rinunciare al potere.
Eli alzò la caramella.
La Maga Cattiva spalancò gli occhi.
«No.»
Eli la guardò dritta e con un gesto minuscolo…la lasciò cadere.
La caramella cadde a terra.

Tac. Eli alzò il piede.
Tonio sussurrò:
«Eli…» Eli tremava.
Ma non si fermò.
E schiacciò la caramella.
La carta si strappò. La stellina nera si spezzò.
Dal centro uscì un fumo scuro, come un respiro cattivo.
La Maga Cattiva urlò. Un urlo vero. Non di dolore.Di rabbia.
Il vicolo tremò.
Le pareti sembrarono aprirsi.
Il fumo si sollevò e si dissolse nell’aria.
E all’improvviso…
Beth fece un verso.
Un suono più forte.
E poi, come un piccolo miracolo…
una parola uscì dalla sua bocca.
Rovinata.
Sottile, ma vera.
«Eli…»
Eli scoppiò a piangere.
La Maga Buona sorrise.
«Ecco il gesto di coraggio.»
La Maga Cattiva tremava.
I suoi occhi erano pieni di odio.
«Non avete finito.»
E poi…svanì.
Non come un fantasma.
Come un’ombra che si ritira.
Il vicolo tornò normale.
Il vento si calmò. La piazza riprese i suoi suoni.
Eli cadde in ginocchio.
Tonio la abbracciò senza pensarci.
Tess singhiozzò.
Beth si avvicinò e appoggiò la fronte contro quella di Eli.
Eli sussurrò. «Scusa.»
Beth non parlò.
Ma le sue labbra si mossero e anche se la voce non uscì…
Eli capì lo stesso.
Ti perdono.
La Maga Buona chiuse il libro e disse piano:
«Uno manca.»
Tonio deglutì.
«La Parola Vera.»
La Maga Buona annuì.
«Sì.»
Eli si asciugò le lacrime.
«E dove la troviamo?»
La Maga Buona guardò la fontana. Per la prima volta, il suo viso si fece serio.
«Non la troverete. La direte.»
Eli sentì un brivido.
«Chi?»
La Maga Buona guardò Beth.
«Beth.»
Beth sgranò gli occhi.
Tonio sussurrò: «Ma… lei non parla ancora.»
La Maga Buona annuì.
«Appunto.»
E poi disse la frase che fece venire i brividi a tutti:
«Perché la parola vera… è la parola che ti costa di più.»
La Parola Vera
Tornarono a casa dei nonni in silenzio.
Non un silenzio tranquillo.
Un silenzio pieno.
Pieno di tutto ciò che era successo nel vicolo.
Pieno del rumore della caramella spezzata.
Pieno della risata della Maga Cattiva che ancora sembrava appesa alle pietre.
Beth camminava accanto a Eli.
Ogni tanto apriva la bocca, come se volesse parlare… ma poi la richiudeva, stanca.
Come se la voce fosse una porta che non si apriva ancora.
Tonio camminava vicino, guardando in basso, con le mani chiuse a pugno.
Tess non parlava. Per una volta. Stringeva la scatola vuota come fosse una cosa sacra.
La Maga Buona entrò per prima.
Si sedette al tavolo.
Accese la stessa candela della notte prima.
E senza dire nulla, posò sul tavolo il filo rosso.
Il filo sembrava più lungo. Più vivo. Come se avesse assorbito qualcosa dal vicolo.
Il Nonno Arturo e la Nonna Mirta guardarono i bambini.
Mirta accarezzò i capelli di Beth.
«Hai fatto bene,» sussurrò.
Beth abbassò lo sguardo.
La Maga Buona parlò.
«Avete trovato il Ricordo Felice.»
Un dito.
«Avete compiuto il Gesto di Coraggio.»
Secondo dito.
Fece una pausa.
Poi guardò Beth.
«Ora manca la Parola Vera.»
Beth respirò più forte.
Eli sentì un nodo allo stomaco.
Tonio deglutì.
Tess si sedette e si abbracciò le ginocchia.
La Maga Buona appoggiò le mani sul tavolo.
«La Parola Vera non è una parola magica.»
Tonio alzò lo sguardo.
«Allora cos’è?»
La Maga Buona rispose:
«È una verità.»
Eli sussurrò:
«Una verità su cosa?»
La Maga Buona fissò Beth.
«Su Eli.»
Eli sussultò. «Su… me?»
Beth chiuse gli occhi.
La Maga Buona continuò, dolce ma ferma: «Beth, tu hai perso la voce perché la Maga Cattiva ha colpito ciò che ti rende forte: la tua capacità di tenere insieme gli altri.»
Beth strinse le mani.
«Eli,» disse la Maga Buona, «tu fai la dispettosa. Ma tu… ti reggi su Beth.»
Eli sentì le guance scaldarsi.
«Io non…»
Tonio la guardò. Non con giudizio. Con comprensione.
Perché Tonio lo sapeva già.
La Maga Buona si avvicinò a Beth.
«Beth, la tua voce tornerà quando dirai la verità che hai sempre tenuto dentro.»
Beth tremò.
Eli fece un passo avanti.
“Beth… non devi farlo se non vuoi.” Beth la guardò e per un istante Eli vide una cosa che non aveva mai visto.
Beth… stanca.
Non stanca fisicamente. Stanca dentro. Come se da anni portasse un peso senza dire nulla.
Beth alzò la mano e fece un gesto verso il filo rosso.
La Maga Buona annuì.
«Sì. Il filo ti aiuterà.» Il filo rosso si mosse. Si allungò lentamente. Come un serpente gentile.
Passò tra le dita di Beth e poi… si avvolse intorno al suo polso.
Non stringeva. Non faceva male. Sembrava solo dire:
Vai. Io sono con te.
Beth guardò Eli.
Poi guardò Tonio.
Poi Tess.
Poi i nonni ed infine la Maga Buona.
E fece un gesto.
Chiese carta.
La Nonna Mirta le porse un foglio.
Beth prese una matita.
Scrisse lentamente.
Eli guardò le parole comparire ed il suo cuore iniziò a battere più forte.
Beth scrisse: “Io ho paura.”
Eli sussurrò:
«Paura di cosa?»
Beth continuò a scrivere.
Le mani tremavano.
“Ho paura di non essere abbastanza.”
Eli strinse gli occhi.
«Beth…»
Beth scrisse ancora.
“Ho paura che tu non mi voglia bene.”
Eli si sentì colpita come da un pugno.
Tonio trattenne il respiro.
Tess si portò una mano alla bocca.
Eli sussurrò, sconvolta:
«Ma… io ti voglio bene più di chiunque altro.»
Beth scrisse.
Le parole uscirono più veloci, come se finalmente avessero trovato un buco per scappare.
“Tu mi vuoi bene perché io ti faccio ridere.”
Eli tremò.
Beth continuò.
“Tu mi vuoi bene perché io ti proteggo.”
Poi si fermò.
La punta della matita rimase sospesa.
Eli sentì che stava arrivando la parte più difficile.
Beth scrisse:
“Ma io… a volte… vorrei che qualcuno proteggesse me.”
Il silenzio nella stanza fu enorme.
Nonno Arturo si passò una mano sugli occhi.
Nonna Mirta si coprì la bocca.
Tonio guardò Beth come se la vedesse per la prima volta davvero.
Tess singhiozzò piano.
Eli rimase immobile.
Poi fece un passo avanti e disse una frase che non aveva mai detto prima.
Una frase semplice. Ma vera. «Io non sapevo che ti facevo sentire così.»
Beth alzò lo sguardo.
Eli continuò:
«Io… io pensavo che tu fossi sempre forte.»
Beth sorrise appena e scrisse un’ultima frase.
Quella che la Maga Cattiva non voleva.
Quella che faceva più male, perché era vera.
“Io sono stanca di essere sempre quella che aggiusta tutto.”
In quel momento…la candela tremò. Il filo rosso brillò. La scatola di latta, vuota, vibrò.
Dal buio della finestra arrivò una voce sottile, furiosa:
«NO!» La Maga Cattiva.
Non era nella stanza, ma la sua rabbia sì.
Come un vento gelido.
Eli si voltò di scatto.
Tonio si mise davanti a Beth.
Tess si strinse al tavolo.
La Maga Buona alzò una mano.
«Non puoi entrare.»
La risata cattiva graffiò l’aria.
«Oh, ma io non devo entrare…»
Pausa. «Mi basta che loro si feriscano da soli.»
Eli sentì il cuore stringersi.
Perché la verità di Beth faceva male. Faceva male davvero.
Ma la Maga Buona parlò. La sua voce era calda come un fuoco.
«Le verità fanno male quando sono state tenute chiuse troppo a lungo.»
Beth guardò Eli.
Eli la guardò e fece una cosa che non faceva quasi mai.
Non fece la dura. Non fece la dispettosa. Non fece la rabbiosa.
Eli scoppiò a piangere. Abbracciò Beth. Fortissimo.
«Io… io ti voglio bene anche quando non mi fai ridere,» singhiozzò.
«Anche quando sei triste. Anche quando sei stanca. Anche quando non fai niente.»
Beth tremò. Per un istante sembrò che anche lei volesse piangere.
Poi aprì la bocca. Dalla sua gola uscì una voce. Non perfetta. Non forte. Ma vera.
«Eli…»
Eli si fermò.
Beth inspirò. Disse la parola che non aveva mai detto davvero.
Quella che conteneva tutto.
Quella che la Maga Cattiva non poteva sopportare.
«Io… ti amo.»
Eli rimase senza fiato.
Tonio si asciugò gli occhi senza farsi vedere.

Tess sorrise tra le lacrime.
I nonni si abbracciarono.
La Maga Buona chiuse il libro.
E il filo rosso si sciolse dal polso di Beth, come se avesse completato il suo compito.
Beth provò a parlare ancora. La voce… c’era. Era tornata. Non perché era “guarita”; perché aveva detto la verità.
Nel vetro della finestra, per un attimo, apparve il volto della Maga Cattiva.
Gli occhi pieni di odio, ma anche… di paura.
Perché adesso sapeva una cosa:
non poteva più usare il silenzio.
Beth aveva ritrovato la voce.
E quando un bambino ritrova la voce…la magia cattiva perde potere.
La Maga Buona guardò i bambini e disse piano:
«Avete vinto la prima battaglia.»
Eli deglutì.
«La prima?»
La Maga Buona annuì.
«La Maga Cattiva non se ne andrà. Non subito.»
Tonio strinse i denti.
«Allora che facciamo?»
La Maga Buona sorrise.
Un sorriso che era dolce e terribile insieme.
«Adesso… la mandiamo via dal Paese della Luna Grande.»
Eli sentì un brivido.
Beth strinse la mano di Eli.
Tess disse: «Come?»
La Maga Buona chiuse il libro.
Rispose:
«Con una festa.»
La Festa della Luna Grande
Nel Paese della Luna Grande, le feste non erano mai piccole.
Anche quando c’erano pochi soldi.
Anche quando il mare era in burrasca.
Anche quando qualcuno aveva il cuore pesante.
Perché in quel paese la gente aveva imparato una cosa semplice:
se ti tieni stretti, la paura si stanca.
La Maga Buona lo sapeva.
E infatti, quando disse “con una festa”, Eli rimase a bocca aperta.
Tonio strinse gli occhi.
«Una festa… contro una strega cattiva?»
Beth, finalmente con la voce tornata, disse:
«Non è una festa. È una trappola.»
Tess spalancò gli occhi.
«Una trappola di… torte?»
La Maga Buona sorrise.
«Una trappola di persone.»
Eli la guardò, confusa.
La Maga Buona si appoggiò al tavolo e parlò come parlano le cose vere.
«La Maga Cattiva è forte quando siete soli.
Quando vi vergognate.
Quando vi chiudete.
Quando tenete dentro le parole.»
Fece una pausa.
«Ma una comunità unita… è una magia che lei non può imitare.»
Il Nonno Arturo annuì piano.
La Nonna Mirta si alzò e disse, con la stessa naturalezza con cui si dice “passami il sale”:
«Allora si fa.»
Eli sgranò gli occhi.
«Nonna, ma… non avete paura?»
Nonna Mirta si chinò e le sistemò il cappuccio.
«Certo che ho paura.»
Poi le sorrise.
«Ma io ho anche te. E Beth. E tutti gli altri.»
Tonio fece un mezzo sorriso.
«Ok… allora come si organizza una festa contro una strega?»
La Maga Buona indicò il filo rosso, che era ancora lì, sul tavolo.
«Con questo.»
E il filo, come se avesse capito, si mosse.
Scivolò fuori dalla casa.
Uscì dalla porta e iniziò a correre per il paese come una scintilla.
Eli lo seguì con gli occhi.
«Sta… andando via.»
La Maga Buona annuì.
«Sta chiamando la gente.»
Il paese risponde
Nel giro di un’ora, il Paese della Luna Grande cambiò faccia.
Le persiane si aprirono.
Le porte si spalancarono.
Le signore uscirono con grembiuli infarinati.
I pescatori lasciarono le reti.
I bambini corsero scalzi in piazza.

Il signor Nino portò una cesta di pane caldo.
La signora Adele arrivò con una pentola enorme di pasta e ceci.
Il barbiere mise fuori sedie e lampadine.
La fioraia riempì la fontana di margherite.
Nessuno chiese “perché”.
Perché quando in un paese si sente che qualcosa è importante…la gente lo sa.
Beth guardava tutto, incredula.
«Stanno… venendo davvero.»
Eli annuì, con un nodo in gola.
Tonio guardò Eli.
«Hai visto?»
Eli fece un sorriso piccolo.
«Non sono solo io e Beth.»
Tonio scosse la testa.
«No.»
Poi, con una voce bassa, disse:
«E non lo siete mai state.»
La piazza si accende
Quando il sole cominciò a scendere, la piazza era piena di luci.
Non luci eleganti.
Luci vere.
Lampadine appese con lo spago.
Candele sui gradini.
Lanternine fatte con barattoli di vetro.
Sulla fontana, qualcuno aveva messo una corona di fiori.
Sopra la piazza…la luna.
La luna grande. Tonda, enorme, luminosa.
Eli guardò la Maga Buona.
«E adesso?»
La Maga Buona chiuse il libro.
«Adesso aspettiamo.»
Tess deglutì.
«Aspettiamo cosa?»
La Maga Buona sorrise.
«Aspettiamo lei.»
L’arrivo della Maga Cattiva
All’inizio, nessuno se ne accorse.
Poi successe una cosa minuscola.
La fiamma di una candela si spense.
Una sola. Poi un’altra. Poi un’altra ancora e il vento cambiò.
Eli sentì il gelo sulla nuca.
Beth si strinse al braccio di Eli.
Tonio si mise istintivamente davanti a loro.
Tess sussurrò:
«Sta arrivando.»
La piazza si fece più silenziosa.
Ma non un silenzio vuoto.
Un silenzio pieno di occhi.
Pieno di corpi vicini.
Pieno di mani pronte a stringersi e dal vicolo dietro la fontana… apparve la Maga Cattiva.
Camminava lentamente.
Il mantello sembrava fatto di ombra.
Ogni passo spegneva una luce, quando arrivò al centro della piazza, guardò la gente e sorrise.
«Che scena commovente.»
La sua voce era sottile come un coltello.
«Un paese intero per… due bambine.»
Beth strinse i denti.
Eli tremò.
La Maga Buona fece un passo avanti.
«Non sono due bambine.»
La Maga Cattiva inclinò la testa.
«Ah no?»
La Maga Buona rispose:
«Sono parte di noi.»
La Maga Cattiva rise. La risata fece tremare l’acqua della fontana.
«Voi credete che una festa vi protegga?»
Si voltò verso la gente.
«Sapete cosa succede quando si sta troppo vicini?»
La gente non rispose.
La Maga Cattiva sorrise.
“Ci si fa male.» Alzò una mano e in un attimo…le luci si spensero tutte. Buio. Totale.”
Eli trattenne il respiro.
Tess fece un verso.
Beth strinse la mano di Eli.
Tonio disse piano:
«Eli… sono qui.»
Eli sussurrò:
«Anch’io.»
Nel buio, la voce della Maga Cattiva si fece dolce.
Troppo dolce.
«Sentite?»
«Adesso siete soli.»
E in quel buio…cominciarono a sentire cose. Voci. Voci sussurrate.
«Non vali niente.»
«Non ti vuole nessuno.»
«Ti lasceranno.»
«Ti dimenticheranno.»
Eli si portò le mani alle orecchie.
Beth tremava.
Tess stava per piangere.
Tonio serrò i denti.
La Maga Buona, invece, non si mosse.
Disse una frase semplice: «Cantate.»
Eli spalancò gli occhi.
«Cosa?!»
La Maga Buona ripeté, più forte:
«CANTATE!»
Beth guardò Eli.
Eli la guardò.
E Beth, con la voce appena ritrovata, iniziò.
Non una canzone perfetta.
Una canzone che le nonne cantano quando fanno il pane.
Una melodia semplice.
Eli la seguì. Tonio la seguì. Tess la seguì.
In seguito…
una voce si unì e un’altra. E un’altra ancora.
Il paese iniziò a cantare.
Una canzone storta. Sbagliata, ma vera.
E nel buio…la Maga Cattiva fece un verso.
Come se quella cosa le facesse male.
«Smettetela.» Nessuno smise.
La canzone diventò più forte. Mentre cantavano…le luci iniziarono a tornare.
Una alla volta.
Una candela si riaccese.
Poi un’altra. Poi un’altra ancora.
Eli vide le facce.
Vide le mani.
Vide le persone.
Non erano perfette.
Non erano magiche.
Ma erano insieme.
La Maga Cattiva alzò le braccia. Urlò. «BASTA!»
Il vento esplose. Le sedie si rovesciarono. I fiori volarono.
La fontana tremò, ma la gente… restò.
Il signor Nino si avvicinò e disse, con la voce ruvida di chi ha visto tempeste vere:
«Qui non ti vogliamo.»
La Maga Cattiva lo guardò. «Tu… osi?»
Il signor Nino rispose: «Io ho paura. Ma resto.»
La fioraia disse: «Io ho paura. Ma resto.»
Il barbiere disse: «Io ho paura. Ma resto.»
Infine…una bambina piccola disse:
«Io ho paura… ma la mia mamma mi tiene la mano.»
Eli sentì un colpo al cuore.
Perché quella frase… era la magia.
Beth guardò Eli.
E disse, chiara:
«Io ho paura… ma Eli mi tiene la mano.»
Eli sussurrò:
«Io ho paura… ma Beth mi tiene la mano.»
Tonio disse:
«Io ho paura… ma non me ne vado.»
Tess rise tra le lacrime.
«Io ho paura… ma io sono Tess, e quindi non è una sorpresa.»
La piazza scoppiò in una risata. Una risata vera.
La Maga Cattiva si irrigidì; perché lei non poteva controllare le risate.
Non poteva controllare le persone che si vogliono bene.
Non poteva controllare un paese intero che decide di essere famiglia.
La Maga Buona fece un passo avanti e alzò il filo rosso.

Il filo si allungò sopra la piazza, come un arco.
La Maga Buona disse: «Questo è il Patto.»
La gente, senza sapere perché, ripeté: «Questo è il Patto.»
La Maga Buona continuò:
«Nessuno qui sarà lasciato solo.»
La gente ripeté:
«Nessuno qui sarà lasciato solo.»
La Maga Buona guardò la Maga Cattiva.
«E tu… non hai più posto.»
La Maga Cattiva tremò.
I suoi occhi erano pieni di odio.
Ma anche di qualcosa che somigliava a… sconfitta.
«Non è finita,» sibilò.
La Maga Buona sorrise.
«No. Ma oggi… hai perso.» Il vento si calmò.
La luna tornò piena. La piazza tornò luminosa.
La Maga Cattiva si ritirò verso il vicolo. Prima di sparire, disse l’ultima frase:
«Le cose che amate… sono le cose che posso farvi perdere.»
Poi svanì.
Dopo la tempesta. Il paese restò fermo per un momento.
Qualcuno ricominciò a battere le mani.
Qualcuno riprese a cantare.
Qualcuno ricominciò a ridere, lentamente… la festa ripartì.
Non come prima. Meglio.
Perché adesso aveva un significato.
Beth guardò Eli.
Eli la guardò.
Beth disse, con voce ancora fragile:
«Io… mi sento…»
Eli completò la frase.
«Al sicuro.»
Beth annuì.
Tonio si avvicinò e disse piano:
«Avete fatto una cosa enorme.»
Tess saltò.
«Abbiamo sconfitto una strega con una canzone! Questa è la cosa più bella del mondo!»
La Maga Buona chiuse il libro e sorrise.
«No.»
Tess si fermò.
«No?»
La Maga Buona guardò la piazza.
Guardò i nonni.
Guardò i bambini.
Guardò le mani che si stringevano, disse:
«Avete sconfitto una strega… con una comunità.»
Epilogo – Oltre il mare
Nel Paese della Luna Grande, il giorno dopo una festa importante ha sempre un sapore speciale.
Sa di zucchero rimasto sulle dita.
Di luci spente troppo tardi.
Di risate che ancora rimbalzano tra i vicoli.
Quella mattina, mentre il sole scaldava piano i tetti rossi e il mare tornava calmo, successe una cosa semplice.
Una cosa che nessuno si aspettava.
Beth parlò.
Non una parola sola.
Non un soffio.
Parlò davvero.
Eli stava seduta sul gradino davanti casa dei nonni, con le ginocchia graffiate e i capelli spettinati.
Tonio era appoggiato al muro, come se volesse sembrare indifferente.
Tess disegnava qualcosa sulla pietra con un gessetto trovato chissà dove.
Beth uscì con una tazza di latte caldo in mano.
Li guardò e disse, con una voce ancora un po’ ruvida ma piena:
«Vi siete svegliati tutti con la faccia di chi ha combattuto contro una strega e ha vinto?»
Eli rimase immobile.
Tonio spalancò gli occhi.
Tess fece un salto.
«BETH!»
Beth rise.
Una risata vera.
Eli si alzò di scatto e le corse incontro.
«Parli!»
Beth la abbracciò.
«Sì.»
Eli si staccò e la guardò come se volesse controllare che fosse reale.
Beth le sfiorò il naso con un dito.
«E tu… hai una faccia tremenda.»
Eli fece un sorriso, poi si mise le mani sugli occhi.
Perché improvvisamente… le veniva da piangere.
Beth le prese le mani.
«Eli.»
Eli alzò lo sguardo.
Beth disse piano:
«Grazie.»
Eli scosse la testa.
«No. Grazie a te.»
Beth sorrise.
«No. Grazie a noi.»
Eli si bloccò.
Perché quella parola — noi — non era solo una parola.
Era diventata una casa.
Quel giorno, Eli fece una cosa che nessuno avrebbe previsto.
Non fece esplodere nulla.
Non rubò biscotti.
Non addestrò gatti.
Andò in cucina.
Aprì il barattolo della marmellata.
Lo guardò. Poi lo richiuse. Prese un coltello, un pezzo di pane e preparò quattro fette.
Una per lei. Una per Beth. Una per Tonio. Una per Tess.
Tess la fissò.
«Eli… stai bene?»
Eli alzò gli occhi.
«Non dire niente.»
Tonio si schiarì la gola.
«È… gentile.»
Eli fece la faccia arrabbiata.
«Non abituarti.»
Beth scoppiò a ridere.
Eli si girò verso di lei.
«Cosa?»
Beth la guardò con dolcezza.
«Niente. È solo che… tu sei ancora tu.»
Eli si fermò un attimo.
Poi, a bassa voce, disse:
«Sì. Però… posso essere io senza fare sempre male a qualcuno.»
Beth annuì. Non aggiunse altro.
Perché certe frasi, quando sono vere, non hanno bisogno di spiegazioni.
Nel pomeriggio, Tonio e Tess erano seduti sul muretto vicino al porto.
Tess aveva un foglio enorme pieno di disegni.
Tonio guardava.
«Che fai?»
Tess rispose senza alzare la testa:
«Sto disegnando la Maga Cattiva che cade in mare dentro una pentola di pasta e ceci.»
Tonio sbuffò.
«Non è molto… epico.»
Tess lo guardò, seria.
«Tonio. Tu non capisci l’arte.»
Tonio sorrise e poi disse una cosa che non diceva quasi mai.
«Ieri… avevo paura davvero.»
Tess annuì.
«Anch’io.»
Tonio fece una pausa.
Poi guardò Tess.
«Però… non mi sono sentito solo.»
Tess gli diede una gomitata.
«Per forza. C’ero io.»
Tonio rise. Tess continuò a disegnare.
Tonio rimase lì. Non perché dovesse. Perché voleva.
E quando Eli e Beth arrivarono, Tess saltò giù dal muretto e corse da loro come se non potesse stare ferma.
Tonio li seguì. Sempre un mezzo passo dietro, ma presente. Sempre.
L’ultimo regalo della Maga Buona
La sera, la Maga Buona tornò.
Non entrò dalla porta.
Non bussò.
Apparve semplicemente nel cortile, come se la notte l’avesse portata.
I nonni erano seduti fuori, come sempre.
Questa volta, invece di parlare con la luna…parlavano con lei.
La Maga Buona aveva un sorriso stanco, ma felice.
Beth le corse incontro.
«La mia voce…»
La Maga Buona annuì.
«È tornata perché l’hai ripresa tu.»
Eli la guardò.
«Quindi… abbiamo finito?»
La Maga Buona si sedette.
«Abbiamo finito per ora.»
Eli sgranò gli occhi.
«Per ora?!»
La Maga Buona sorrise.
«Eli. Nel mondo, la magia cattiva non muore mai del tutto.»
Tonio si irrigidì.
Tess fece una smorfia.
«Che brutto.»
La Maga Buona annuì.
«Sì. Ma sapete cosa non muore mai?»
Beth rispose subito:
«Quella buona.»
La Maga Buona sorrise.
«Esatto.»
Poi aprì il libro.
Tra le pagine c’era un oggetto.
Un oggetto semplice.
Un piccolo campanellino d’argento, legato a un nastrino rosso.
Lo porse a Eli.
Eli lo prese con attenzione.
«Che cos’è?»
La Maga Buona disse:
«È un richiamo.»
Tonio aggrottò la fronte.
«Per chiamare te?»
La Maga Buona sorrise.
«No.»
Eli alzò lo sguardo.
«Allora chi?»
La Maga Buona indicò il paese.
«Per chiamare gli altri.»
Eli rimase in silenzio.
La Maga Buona continuò:
«Quando qualcuno sta per sentirsi solo, quando la paura prova a chiudere le porte, quando le parole non escono…»
Fece una pausa.
«Suonate questo. E ricordatevi che il Paese della Luna Grande è più forte di qualsiasi strega.»
Beth prese il campanellino e lo scosse piano.
Din. Un suono piccolo e limpido.
Come una goccia di luce.
Eli sentì un brivido.
Perché in quel suono c’era qualcosa.
Non magia da spettacolo.
Magia da vita.
Quella notte, la Maga Buona portò i bambini al porto.
Non era un’uscita avventurosa.
Non era un gioco. Era… una chiusura.
Il mare era nero e calmo.
La luna enorme, sulla superficie dell’acqua, come un riflesso che non dovrebbe esserci…apparve la Maga Cattiva.
Non in carne e ossa, come un’ombra.
Un’ombra che ancora cercava di aggrapparsi al paese.
La Maga Buona alzò il libro.
Il filo rosso comparve tra le sue dita.
Si allungò sull’acqua come un ponte.
La Maga Cattiva sorrise.
«Oh… pensi di mandarmi via?»
La Maga Buona rispose calma:
«Non io.»
Eli sussurrò:
«Allora chi?»
La Maga Buona indicò il paese.
Le case.
Le finestre.
Le luci.
«Loro.»
Proprio in quel momento, successe una cosa incredibile.
Una luce si accese.
Poi un’altra.
Poi un’altra ancora.
Le persone del paese si affacciarono alle finestre.
Non scesero in piazza.
Non urlarono.
Non combatterono.
Si limitarono a fare una cosa semplice.
Restarono presenti.
La Maga Cattiva tremò. Perché la sua forza era la solitudine.
E quella notte…nel Paese della Luna Grande non c’era più spazio per la solitudine.
La Maga Buona parlò.
La sua voce era come il mare quando decide.
«Tu non appartieni qui.»
La Maga Cattiva ringhiò.
«Io torno.»
La Maga Buona annuì.
«Forse.»
Fece una pausa.
«Ma non in questo paese.»
Il filo rosso si mosse.
Si avvolse intorno all’ombra della Maga Cattiva. Non la strangolò. Non la distrusse. La spinse. La accompagnò. Come una corrente.
L’ombra scivolò sul mare, allontanandosi.
Sempre più lontano. Oltre il porto. Oltre le barche. Oltre l’orizzonte.
Rimase solo il mare e la luna. Un silenzio diverso. Un silenzio pulito.
Beth respirò forte.
Eli strinse la sua mano.
Tonio sussurrò:
«È… finita.»
Tess guardò il mare.
«È… lontana.»
La Maga Buona chiuse il libro.
«Sì.»
E poi disse: «E adesso… vivete.»
Il giorno dopo, la vita riprese. Non perfetta, ma vera.
Eli tornò a fare qualche dispetto.
Beth tornò a ridere forte.
Tess continuò a inventare cose assurde.
Tonio continuò a esserci, senza fare troppo rumore. I nonni, la sera, tornarono a sedersi fuori con la tisana, ma quella volta, quando la luna comparve sopra i tetti…Nonna Mirta alzò la tazza e disse:
«Benvenuta.»
Il Nonno Arturo aggiunse: «Abbiamo fatto un buon lavoro.»
Eli, dalla finestra, guardò Beth.
Beth la guardò.
Eli scosse il campanellino.
Din.
Beth sorrise e disse, con la voce piena e sicura:
«Casa.»
Eli annuì.
«Sì.»
Poi fece una pausa e aggiunse:
«E comunque… domani addestro un gabbiano.»
Beth scoppiò a ridere.
Tonio si mise una mano in faccia.
Tess gridò:
«IO POSSO AIUTARTI!»
Il Paese della Luna Grande, sotto la luna enorme, tornò a vivere.











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