La Bussola delle Paure

La Bussola delle Paure

Una fiaba illustrata per bambini per affrontare le emozioni e trovare il coraggio

7 – 11 anni

Prefazione

Ci sono cose che non fanno rumore.

Non gridano, non bussano, non si vedono.

Eppure, ci abitano dentro.

Sono le paure.

Questa non è una storia su come sconfiggerle.

Non è una storia di eroi che combattono mostri e vincono.

È una storia più difficile. E più vera. È la storia di un bambino, Tino,

che scopre che le paure non nascono per farci del male…ma per essere ascoltate.

In un piccolo paese ai piedi delle montagne,

tra silenzi che sembrano troppo grandi

e ombre che sembrano troppo lunghe,

inizia un viaggio. Un viaggio che non porta lontano. Porta dentro.

Tino non è solo. Accanto a lui ci sono compagni strani, diversi,

ognuno con qualcosa da nascondere e qualcosa da imparare:

un coniglio che non è solo ciò che sembra,

una volpe che vede oltre le apparenze,

un uomo che porta con sé ciò che gli altri dimenticano,                                                                   

e un nonno che sa… molto più di quanto dice.

Insieme scopriranno che le paure crescono

quando nessuno le guarda.

Che diventano più forti quando vengono ignorate.

E che, a volte, possono trasformarsi in qualcosa di molto più grande.

Ma scopriranno anche un’altra cosa.

La più importante.

Che avere paura…non è un errore.

È un inizio. Questa storia è per chi ha avuto paura almeno una volta.

Per chi non sempre ha trovato il coraggio.

Per chi ha imparato, piano, a restare.

E soprattutto…per chi è pronto ad ascoltare. Perché a volte,

la cosa più coraggiosa che si possa fare

non è combattere. È restare. E dire: “Io ti vedo.”

 Nel silenzio dolce di un paesino del Bellunese, dove le montagne sembrano parlare con il vento, viveva Tino, un ragazzino di sette anni con grandi occhi curiosi dietro occhiali rossi un po’ storti.

Tino abitava con il nonno Argo, che conosceva ogni albero del bosco, e la nonna Lala, che sapeva fare torte capaci di consolare anche i giorni più tristi.

La loro casa era un grande maso di legno, con una stalla piena di mucche tranquille e il profumo di fieno che sembrava non andare mai via.

Tino amava quel posto… ma soprattutto amava fare domande.

Un pomeriggio, tornando da scuola con lo zaino che gli rimbalzava sulle spalle, Tino prese il sentiero che costeggiava il bosco.

Fu allora che lo vide.

Un coniglio. Ma non un coniglio qualsiasi. Era bianco, ma non semplicemente bianco… sembrava brillare. E i suoi occhi… non erano occhi normali. Erano luminosi, come due piccole lune.

Tino si fermò. Il coniglio si voltò. E parlò.

“Finalmente.”

Tino spalancò la bocca.

“I conigli… non parlano.”

“Questo lo pensi tu,” rispose lui, sistemandosi le orecchie come fossero un cappello invisibile.

“Io sono Gigio.”

Tino fece un passo avanti.

“E… perché brill… cioè… perché sei così?”

Gigio sorrise.

Un sorriso un po’ furbo.

“Perché io non sono solo un coniglio.”

Il vento si alzò leggero. Le foglie si mossero e davanti agli occhi di Tino, qualcosa cambiò.

Il corpo di Gigio iniziò a diventare trasparente… leggero… come fumo.

Le sue zampe si dissolsero in una scia luminosa.

“Io sono anche… un guardiano.”

“Di cosa?” sussurrò Tino.

Gigio si avvicinò, fluttuando.

“Delle cose che non si vedono.”

In quel momento, dalla stalla arrivò un rumore strano.

Un colpo. Poi un altro. Tino si voltò di scatto.

«Le mucche!»

Gigio annuì.

“Qualcosa si è svegliato.”

“Cosa?”

Il coniglio fantasma lo guardò serio, per la prima volta.

“Una paura.”

Tino non capì. Ma sentì. Un brivido. Non freddo… ma profondo.

Gigio gli tese una zampa luminosa.

“Vuoi vedere quello che gli altri non vedono?”

Tino esitò solo un secondo.

Poi annuì.

“Sì.”

Gigio sorrise.

“Allora da oggi… non sarai più solo un bambino del maso.”

La luce aumentò. Il mondo intorno cambiò. E la porta della stalla… si aprì da sola.

 

CAPITOLO 2 – IL VOLTO DELLA PAURA

La porta della stalla si aprì lentamente…creeeek…

Tino deglutì. Dentro era più buio del solito. Non il buio della notte… ma un buio diverso.

Un buio che sembrava… vivo.

Le mucche erano agitate. I loro occhi riflettevano qualcosa che Tino non riusciva ancora a vedere.

Gigio fluttuò accanto a lui.

“Non avere paura.”

Tino strinse i pugni.

“Ma… hai detto che c’è una paura qui dentro.”

Gigio lo guardò.

“Sì. Ma non tutte le paure vogliono fare male.”

All’improvviso, un soffio gelido attraversò la stalla. Dal fondo, vicino al vecchio abbeveratoio, qualcosa iniziò a muoversi. Non aveva una forma precisa. Era fumo… ombra… vento. Poi, lentamente, prese un volto. Occhi grandi. Vuoti. Una bocca tremante e una voce… sottile.

“Non voglio stare qui…”

Tino fece un passo indietro.

“C-cos’ è?”

Gigio rispose piano:

“È una paura dimenticata.”

“Dimenticata?” chiese Tino.

“Qualcuno l’ha lasciata qui. Non l’ha ascoltata. E lei è cresciuta… da sola.”

La creatura tremò.

“Ho freddo…”

Tino sentì qualcosa dentro il petto. Non era paura. Era… tristezza.

“Non sembra cattiva…” sussurrò.

Gigio sorrise appena.

“Lo stai vedendo.”

“Vedendo cosa?”

Gigio si avvicinò e gli toccò leggermente la mano.

“Il tuo dono.”

All’improvviso, le dita di Tino iniziarono a brillare. Una luce calda. Dolce. Come quella delle candele della nonna Lala… quando raccontava storie. Tino spalancò gli occhi.

“Io… sto brillando!”

“Non stai brillando,” disse Gigio.

“Stai ascoltando.”

La creatura di fumo si fermò. Si voltò verso Tino.

“Tu… mi senti?”

Tino fece un passo avanti, tremando appena.

“Sì.”

La luce nelle sue mani diventò più intensa.

“Non devi avere paura.”

La creatura esitò.

“Io… sono la paura.”

Tino scosse la testa.

“No. Sei qualcosa che ha bisogno di essere ascoltato.”

Per un momento, tutto si fermò. Poi…La forma scura iniziò a cambiare. Gli occhi si riempirono di luce. La bocca smise di tremare. Il fumo si dissolse lentamente……fino a diventare una piccola scintilla luminosa. Che si posò sulla mano di Tino. E sparì.

Trascorsero attimi si silenzio. Le mucche si calmarono. La stalla tornò… normale. Tino guardò Gigio.

“È finita?”

Gigio annuì.

“Per ora.”

“Quindi io… posso… aiutare le paure?”

“Sì,” disse Gigio. “Tu puoi trasformarle.”

Tino sorrise piano.

“Allora non sono così inutili…”

Gigio fece una piccola risata.

“Le paure non sono mai inutili. Sono messaggi.”

“Tino.”

La voce arrivò dalla porta. Il nonno Argo. Era lì. Immerso nella penombra, ma non sembrava sorpreso. Per niente.

“Sapevo che sarebbe successo,” disse, entrando lentamente.

Tino si voltò di scatto.

“Nonno?! Tu… hai visto?”

Argo annuì. Poi guardò Gigio e fece un leggero cenno con il capo. Come si fa con un vecchio amico.

Tino spalancò gli occhi.

“Voi… vi conoscete?!”

Gigio sorrise.

“Da molto prima che tu nascessi.”

Il nonno si avvicinò. Si inginocchiò davanti a Tino.

“Nella nostra famiglia,” disse piano, c’è sempre stato qualcuno capace di vedere… ciò che gli altri ignorano. Tino sussurrò:

“Come me?”

Argo gli sistemò gli occhiali rossi.

“Esattamente come te.”

“E tu?” chiese Tino. “Anche tu puoi farlo?”

Il nonno sorrise, ma nei suoi occhi c’era qualcosa di più profondo.

“Io… lo facevo.”

Silenzio.

Gigio abbassò lo sguardo.

“Perché hai smesso?” chiese Tino.

Argo non rispose subito. Poi disse:

“Perché un giorno… non ho ascoltato una paura.”

Il vento entrò dalla porta aperta e per un attimo…le ombre nella stalla sembrarono muoversi di nuovo.

 

 

CAPITOLO 3 – L’ERRORE DI ARGO

 

La stalla era tornata silenziosa…ma non era più la stessa. Tino guardava il nonno Argo senza parlare.

C’era qualcosa nei suoi occhi che non aveva mai visto prima. Qualcosa di… antico.

“Nonno,” disse piano, “che cosa hai fatto?”

Argo rimase fermo. Poi si sedette su una vecchia cassa di legno.

“Avevo più o meno la tua età,” iniziò.

“E anche io vedevo le paure.”

Gigio ascoltava in silenzio.

“Un giorno, continuò Argo, ne trovai una… molto grande.”

Tino trattenne il respiro.

“Grande quanto?”

Argo lo guardò.

“Grande abbastanza da farmi scappare.”

Silenzio.

“Non l’hai aiutata?” chiese Tino.

Argo scosse la testa.

“No. L’ho chiusa.”

“Chiusa?!”

“Nel posto più sicuro che conoscevo.”

Tino guardò intorno. La stalla.

“Qui?” sussurrò. Argo annuì lentamente.

“Sotto questa terra.”

Gigio fece un passo indietro.

“Argo…”

Ma era troppo tardi. Un rumore profondo attraversò il pavimento.

THUM…Le assi tremarono. Poi un altro colpo. Più forte. THUM… THUM…Le mucche si agitarono di nuovo. Il vento entrò come un respiro improvviso e dal pavimento…salì un’ombra. Non era come quella di prima. Questa era enorme. Pesante. Densa. Occhi rossi si aprirono nel buio e una voce… bassa, spezzata:

“Mi… hai… lasciato…”

Tino sentì le gambe tremare.

“Nonno…”

Argo si alzò lentamente.

“È lei.”

L’ombra si allargò sulle pareti. Le travi della stalla scricchiolarono.

“Io… sono cresciuta… da sola…”

Gigio si posizionò davanti a Tino.

“Questa non è una paura semplice.”

Tino strinse i denti.

“Ma io posso aiutare le paure…”

Gigio lo guardò serio.

“Sì. Ma questa… è stata ignorata troppo a lungo.”

L’ombra urlò e per un attimo… tutto si oscurò. Quando la luce tornò, qualcosa era cambiato.

Il terreno sotto di loro si era incrinato. Una crepa attraversava la stalla e da quella crepa… usciva buio. Tino fece un passo indietro.

“Cosa succede adesso?”

Argo parlò con voce ferma:

“Adesso… dobbiamo rimediare.”

Gigio annuì.

“Non possiamo fermarla qui.”

“Perché?” chiese Tino.

“Perché non appartiene più solo a questo posto.”

L’ombra si sollevò. Si allungò verso la porta. Verso il mondo fuori.

“Se esce,” disse Gigio, “porterà paura ovunque.”

Tino guardò le sue mani. La luce era ancora lì, ma tremava.

“Allora cosa facciamo?”

Gigio sorrise. Non un sorriso leggero. Un sorriso deciso.

“Partiamo.”

“Partiamo?”

“Sì,” disse Gigio. “Le paure più grandi non si affrontano in un solo luogo.”

Argo annuì. Poi entrò nella stalla e sollevò una vecchia asse. Sotto… c’era una scatola. Antica. Consumata. La aprì. Dentro c’era una piccola bussola, ma l’ago… non indicava il nord. Si muoveva… da solo.

“Questa,” disse Argo, “non indica dove andare.”

Tino la prese.

“E allora cosa indica?”

Argo lo guardò negli occhi.

“Indica dove c’è bisogno di te.”

L’ombra ruggì. La crepa si allargò. Gigio si voltò verso Tino.

“Ora sei pronto.”

Tino deglutì.

“Non proprio…”

Gigio fece l’occhiolino.

“Perfetto. È così che si comincia.”

Il vento si alzò. La porta si spalancò. Le montagne fuori sembravano osservare. Tino strinse la bussola. La luce nelle sue mani tornò forte.

“Allora andiamo.”

E mentre l’ombra usciva nella notte…un bambino, un coniglio fantasma e un segreto mai risolto… iniziarono il loro viaggio.

 

CAPITOLO 4 – IL BOSCO CHE NON STA FERMO

 

La notte avvolgeva le montagne come una coperta silenziosa. Tino camminava accanto a Gigio, stringendo la bussola tra le mani. Dietro di loro, la luce della fattoria era ormai lontana. Davanti… solo alberi. Alti. Immobili. O almeno… così sembravano.

“È qui?” chiese Tino.

Gigio annuì.

“Il Bosco delle Svolte.”

“Perché si chiama così?”

Gigio sorrise appena.

“Perché non decide mai dove vuoi andare… decide cosa devi affrontare.”

Tino fece un passo avanti. Il sentiero era stretto, coperto di foglie. Poi… scricchiolio. Un albero si mosse. Non con il vento. Si spostò. Tino si fermò.

“Hai visto?!”

Gigio non si stupì.

“Sì. E non è l’unico.”

All’improvviso, il sentiero dietro di loro sparì. Gli alberi si chiusero. Davanti… tre nuovi sentieri. Nessuno c’era prima.

“Non mi piace,” disse Tino.

La bussola vibrò. Tino la guardò. L’ago si muoveva impazzito.

“Non funziona!”

Gigio si avvicinò.

“No. Sta funzionando benissimo.”

“Ma gira a caso!”

“Non è a caso,” disse Gigio.

“Sta seguendo te.”

Tino lo guardò confuso.

“Me?”

“Le tue emozioni.”

Tino abbassò lo sguardo sulla bussola. In quel momento… aveva paura e l’ago tremava. Fece un respiro profondo. Chiuse gli occhi. Pensò alla nonna Lala. Al profumo delle torte. Alla voce calma del nonno. Quando riaprì gli occhi…la bussola si fermò. Indicava il sentiero di sinistra.

“Oh…” sussurrò.

Gigio sorrise.

“Vedi? Non devi capire tutto. Devi sentire.”

Tino fece un passo sul sentiero indicato.

Gli alberi si spostarono per lasciarlo passare. Come se… lo riconoscessero. Camminarono per un po’. Poi…un rumore. Un passo. Non il loro. Tino si fermò.

“Gigio…”

Dall’ombra di un tronco, qualcosa si mosse. Una figura. Piccola. Veloce. Saltò davanti a loro. Era… una volpe, ma non una volpe normale. Il suo pelo era scuro come la notte, ma attraversato da venature luminose. Gli occhi… intelligenti. Troppo.

“Finalmente,” disse la volpe.

Tino spalancò gli occhi.

“Parli anche tu?!”

La volpe sospirò.

“Certo che parlo. Qui tutti parlano. Il problema è chi ascolta.”

Gigio si fece avanti.

“Nera.”

La volpe inclinò la testa.

“Gigio.”

Tino li guardò entrambi.

“Vi conoscete anche voi?!”

“Purtroppo sì,” disse Nera.

“Per fortuna,” ribatté Gigio.

La volpe si avvicinò a Tino. Lo osservò. Da vicino. Molto vicino.

“Occhiali rossi,” disse.

“Mani luminose.”

“Cuore rumoroso.”

Tino deglutì.

“Rumoroso?”

Nera sorrise.

“Sì. Fa un sacco di confusione.”

Gigio intervenne.

“Non abbiamo tempo. L’ombra si sta muovendo.”

Nera si voltò verso il bosco. Per un attimo… anche lei sembrò seria.

“Lo so,” disse piano.

“E non siete gli unici a cercarla.”

Silenzio.

“Chi altro?” chiese Tino.

Nera fece un passo indietro e il suo sorriso cambiò. Non era più gentile.

“Qualcuno che non vuole salvarla.”

Il vento attraversò il bosco. Gli alberi tremarono. La bussola iniziò a vibrare di nuovo. Forte.

“Sta arrivando,” sussurrò Gigio.

Nera guardò Tino.

“Adesso vediamo… se sei davvero pronto.”

Dalle profondità del bosco…due occhi si accesero. Freddi. Vuoti. E questa volta…non sembravano voler essere aiutati.

 

CAPITOLO 5 – CHI SEGUE NEL BUIO

 

Il bosco si fermò. Non un ramo. Non una foglia. Tutto immobile. Gli occhi nel buio si avvicinarono.

Lenti. Silenziosi. Tino strinse la bussola. L’ago impazzì.

“Gigio…” Gigio non rispose subito. Stava guardando. Attento. Teso. Poi… la figura uscì dall’ombra.

Non era fatta di fumo. Non era tremante. Era… stabile. Compatta. Alta. Sottile. Come un’ombra che aveva imparato a stare in piedi. Il suo volto era coperto… ma gli occhi no. Freddi. Chiari. Senza emozione.

“Finalmente,” disse.

La voce era calma. Troppo calma. Nera fece un passo indietro.

“Non mi piace.”

Gigio sussurrò:

“Lui non è una paura.”

Tino sentì un brivido.

“E allora cos’è?”

La figura fece un passo avanti.

“Io sono ciò che resta… quando le paure vengono ignorate troppo a lungo.”

Silenzio.

“Sono ciò che le raccoglie.”

Gigio disse una sola parola:

“Raccoglitore.”

Il bosco sembrò restringersi.

“Non dovresti essere qui,” disse Gigio.

Il Raccoglitore inclinò la testa.

“E voi invece sì?” Poi guardò Tino.

Direttamente.

“Tu sei interessante.”

La bussola tremò così forte che Tino quasi la lasciò cadere.

“Lascia stare il bambino,” disse Nera.

Il Raccoglitore sorrise appena.

“Non è un bambino. È una porta.”

Tino fece un passo indietro.

“Io… non sono niente.”

“Esatto,” disse il Raccoglitore.

«E proprio per questo… puoi diventare tutto.»

Gigio si mise davanti a lui.

“Non ascoltarlo.”

Ma il Raccoglitore continuò:

“Tu puoi fare qualcosa che gli altri non sanno fare.”

Tino tremava.

“Io aiuto le paure.”

“No,” disse il Raccoglitore.

“Tu le cambi.”

 

Silenzio.

“E cambiare qualcosa… significa decidere cosa diventa.”

Il bosco si aprì. Due sentieri apparvero. Uno era luminoso. Caldo. Tranquillo. L’altro… oscuro. Profondo. Pulsante. La bussola si fermò. Esattamente tra i due. Gigio guardò Tino.

“Questa è la tua scelta.”

“Quale?” sussurrò lui.

Nera parlò piano:

“Se vuoi aiutare davvero… dovrai capire anche ciò che fa male.”

Il Raccoglitore allargò leggermente le braccia.

“Oppure puoi restare dalla parte facile.”

Tino guardò i due sentieri. La luce. Il buio. Sentiva il cuore battere forte. Troppo forte.

“Se scelgo quello buio… cosa succede?”

Gigio rispose:

“Vedrai cose che non ti piaceranno.”

“E se scelgo quello luminoso?”

Nera rispose:

“Salverai meno di quanto potresti.”

Silenzio.

Il Raccoglitore fece un passo indietro.

“Io aspetterò.”

La bussola iniziò a brillare, ma non indicava nulla. Perché… stava aspettando. Tino chiuse gli occhi.

Pensò alla stalla. Alla paura che aveva aiutato. Al nonno. All’errore. Aprì gli occhi e fece un passo, ma non verso uno dei due sentieri. Verso il centro. Gigio sussurrò:

“Tino…?”

La luce nelle mani del bambino cambiò. Non era più solo calda. Era… profonda.

“Io non scelgo facile o difficile,” disse piano.

“Scelgo di capire.”

Il bosco tremò. I due sentieri iniziarono a fondersi. Il Raccoglitore si fermò. Per la prima volta… sorpreso.

“Interessante…” sussurrò.

Ma qualcosa cambiò. Nell’aria. Nel terreno. Nel buio. E questa volta… anche il Raccoglitore fece un passo indietro.

 

 

CAPITOLO 6 – LA VERITÀ DI GIGIO

 

Il bosco non era più un bosco. I due sentieri – luce e buio – si erano fusi in qualcosa di nuovo. Un luogo sospeso. Dove le ombre avevano riflessi… e la luce faceva paura. Tino respirava piano.

“Cosa… abbiamo fatto?”

Gigio non rispose. Nera lo guardò.

“Non è solo abbiamo.”

Fece una pausa.

“E hai.”

Tino si voltò verso Gigio.

“Gigio?”

Il coniglio non fluttuava più come prima. La sua luce… era cambiata. Non era solo chiara. C’era qualcosa dentro. Più scuro.

“Gigio…?” ripeté Tino.

Lui si girò lentamente e per la prima volta… i suoi occhi non erano solo luminosi. Erano… profondi.

“C’è una cosa che non ti ho detto.”

Il silenzio cadde come neve. Nera sospirò.

“Finalmente.” Tino fece un passo avanti.

“Cosa?”

Gigio abbassò lo sguardo.

“Io non sono solo un guardiano.”

Il vento si fermò.

“Io sono nato… da una paura.”

Tino rimase immobile.

“Cosa vuol dire?”

Gigio alzò lo sguardo e la sua forma cambiò.

Per un attimo – solo un attimo – non era più un coniglio. Era qualcosa di diverso. Un’ombra. Con orecchie. Con occhi. Con un sorriso… più sottile.

“Tanto tempo fa,” disse piano,

«ero una paura come quella che hai visto nella stalla.»

Tino sentì il cuore stringersi.

“Ma tu sei buono…”

Gigio sorrise, ma non completamente.

“Perché qualcuno… ha fatto quello che tu hai fatto.”

“Chi?” sussurrò Tino.

Gigio guardò nel vuoto.

Verso qualcosa che non c’era più.

“Argo.”

Silenzio.

Nera annuì.

“Te l’avevo detto che questa storia era più complicata.”

Tino si voltò verso il nonno – ma il nonno non c’era.

Solo il ricordo.

“Il nonno ti ha… salvato?”

Gigio annuì.

“Mi ha ascoltato. Quando tutti gli altri… mi avevano lasciato diventare qualcosa di peggio.”

Il nome arrivò da solo. Senza che nessuno lo dicesse.

“Il Raccoglitore…”

Gigio non rispose, ma non serviva.

“Io potevo diventare come lui,” disse piano.

Tino fece un passo indietro.

Non per paura. Per capire.

“E… potresti ancora?”

Gigio chiuse gli occhi. Per un secondo. Troppo lungo. Quando li riaprì… la luce tornò, ma non completamente.

“Sì.”

Il bosco tremò. Nera parlò a bassa voce:

“Ecco perché è qui.”

Tino guardò Gigio.

“Per te?”

Una voce arrivò dal nulla. Calma. Fredda.

“Per quello che può diventare.”

Il Raccoglitore era lì. Di nuovo.

“Tu sei la prova,” disse, guardando Gigio,

“che le paure… possono evolversi.”

Gigio si mise davanti a Tino, ma stavolta… non sembrava solo protettivo. Sembrava combattuto.

“Non ascoltarlo,” disse.

La sua voce… non era ferma.

Il Raccoglitore sorrise.

“Non devi ascoltarmi.”

Fece un passo avanti.

“Devi solo guardare.”

E per un attimo… Gigio cambiò di nuovo. Metà luce. Metà ombra. Due possibilità. Nello stesso essere. Tino strinse la bussola. Che iniziò a brillare forte. Fortissimo.

“Gigio,” disse piano,

“tu non sei quello che eri.” Scese un breve silenzio.

“E non sei quello che potresti diventare.”

Gigio lo guardò.

“Sei quello che scegli adesso.”

La luce tremò. L’ombra si mosse. Il Raccoglitore osservava. Attento.

“Scegli,” disse.

Gigio chiuse gli occhi e il bosco… trattenne il respiro.

 

CAPITOLO 7 – LA SCELTA CHE CAMBIA TUTTO

 

Il tempo sembrò fermarsi. Gigio era immobile. Diviso. Metà luce. Metà ombra. Il bosco tratteneva il respiro. Anche il Raccoglitore.

“Scegli,” ripeté.

Gigio non si mosse. Poi… parlò. Piano.

“Per tutta la mia esistenza… ho creduto che ci fossero solo due possibilità.”

La luce tremò. L’ombra si allungò.

“Essere salvato…”

“…o diventare perduto.”

Tino fece un passo avanti.

“Non è vero.”

Gigio lo guardò.

“Io non ti ho salvato,” disse Tino.

“Io ti ho ascoltato.”

Silenzio.

La bussola si accese. Non tremava più. Brillava. Gigio chiuse gli occhi e lasciò andare. Non scelse la luce. Non scelse l’ombra. Le lasciò… incontrare. Per un istante, tutto esplose. Non con rumore. Con presenza. La sua forma cambiò. Non più divisa. Non più instabile. Gigio divenne qualcosa di nuovo.

Trasparente… ma solido. Luminoso… ma profondo. Calmo… ma potente. Gli occhi non brillavano più. Splendevano. Nera sussurrò:

“Non è più una paura…”

Gigio aprì gli occhi e sorrise.

“Sono una scelta.”

Il Raccoglitore fece un passo indietro. Per la seconda volta.

“Impossibile.”

Gigio lo guardò.

“No. Solo… dimenticato.”

Il silenzio cambiò. Ora non era vuoto. Era pieno. Tino fece un passo avanti. Verso il Raccoglitore. Gigio non lo fermò.

“Tino…” disse Nera.

Ma lui continuò.

“Anche tu sei stato una paura, vero?”

Il Raccoglitore non rispose.

Ma gli occhi…tremarono.

“Non mi interessa cosa sei diventato,” disse Tino.

“Mi interessa cosa eri… prima.”

Silenzio.

La bussola brillò più forte e per un attimo…il mondo cambiò. Tino vide. Un bambino. Solo. In un luogo vuoto. Con una paura troppo grande…e nessuno che l’ascoltasse. La visione svanì. Tino sussurrò:

“Ti hanno lasciato.”

Il Raccoglitore si irrigidì.

“Non parlare di ciò che non capisci.”

“Lo capisco,” disse Tino.

“Perché stavo per fare lo stesso errore.”

Gigio abbassò lo sguardo. Argo.

“Puoi ancora fermarti,” disse Tino.

“No,” rispose il Raccoglitore.

Ma la sua voce… non era più ferma.

“Se mi fermo… scompaio.”

Gigio fece un passo avanti.

“No,” disse.

“Se ti fermi… cambi.”

Silenzio.

Il Raccoglitore guardò Gigio. Davvero. Per la prima volta.

“Tu sei… quello che io non sono riuscito a diventare.”

Gigio scosse la testa.

“Io sono quello che qualcuno ha scelto di ascoltare.”

Il bosco tremò. La forma del Raccoglitore iniziò a incrinarsi. Crepe di luce. Dentro il buio.

“Non so come fare,” sussurrò.

Tino si avvicinò ancora e tese la mano.

“Allora… iniziamo da qui.”

Silenzio. Il momento più lungo. Poi…lentamente…Il Raccoglitore fece un passo avanti. Non toccò la mano. Non ancora. Ma si fermò e non scappò.

 

CAPITOLO 8 – QUELLO CHE SI SVEGLIA

 

La mano di Tino era ancora tesa. Il Raccoglitore… immobile davanti a lui. Un passo. Solo uno. Poi un altro. La sua forma tremava. Le crepe di luce si allargavano.

“Non so… cosa succederà,” sussurrò.

“Nemmeno io,” rispose Tino.

“Ma non devi farlo da solo.”

Silenzio. Lentamente… il Raccoglitore sollevò la mano. Per un istante… stava per toccarla. La luce e l’ombra si avvicinarono. E poi – BOOM. Il cielo sopra il bosco si spezzò. Non un tuono. Qualcosa di peggio. Una crepa. Enorme. Nel cielo. Gigio si voltò di scatto.

“No…”

Nera arretrò.

“Questo non doveva succedere.”

Il Raccoglitore ritirò la mano. Come bruciato. Dalla crepa…non uscì luce. Uscì… buio, ma non un buio come prima. Questo era diverso. Freddo. Antico. Senza voce. E poi…una presenza. Non una figura. Non ancora, ma qualcosa che guardava. Gigio sussurrò:

“Ce ne sono altri…”

Il Raccoglitore tremò.

“No… non loro…”

Tino lo guardò.

“Chi?”

Il Raccoglitore chiuse gli occhi. Come se ricordare facesse male.

“Quelli che non vogliono essere ascoltati.”

Silenzio.

“Quelli che vogliono solo… crescere.”

Il bosco iniziò a cambiare. Gli alberi si piegarono. Il terreno respirava. La bussola impazzì. Poi… si spense. Tino la guardò.

“Non funziona più!”

Gigio scosse la testa.

“Funziona.”

Pausa.

“Ma questo… non è qualcosa che puoi seguire.”

La crepa nel cielo si allargò. E per un istante…qualcosa emerse. Una forma gigantesca. Senza volto.

Fatta di paure sovrapposte e poi sparì, ma bastò.

Tino fece un passo indietro.

“Quella cosa…”

“Non è una paura sola,” disse Nera.

“È tante. Troppe.”

Il Raccoglitore cadde in ginocchio.

“Io… le ho sentite… per anni…”

“Ma questa… è diversa…”

Gigio guardò Tino. Serio.

“Se quella cosa entra completamente…”

“Non basterà ascoltare.”

 

Silenzio. Poi – una voce.

“Allora… non ascolteremo soltanto.”

Tutti si voltarono. All’ingresso del bosco…c’era qualcuno.

Il nonno Argo, ma non era come prima. Il suo bastone brillava. Gli occhi… pieni di luce. Non sembrava un vecchio. Sembrava…qualcuno che aveva aspettato quel momento.

“Nonno!” gridò Tino.

Argo avanzò lentamente.

“Pensavi davvero che ti avrei lasciato fare da solo?”

Gigio sorrise.

“Era ora.”

Nera sospirò.

“Perfetto. Adesso siamo nei guai seri.”

Argo si fermò accanto a Tino.

Guardò la crepa nel cielo.

“Quello che hai fatto…” disse piano,

“ha aperto qualcosa.”

Tino abbassò lo sguardo.

“Ho sbagliato?”

Argo lo guardò.

“No.”

Pausa.

“Hai iniziato.”

Silenzio.

Il Raccoglitore alzò lo sguardo.

“Loro arriveranno.”

Argo annuì.

“Lo so.”

“E non possiamo fermarli.”

Argo strinse il bastone.

“No,” disse.

Poi guardò Tino. Gigio. La bussola spenta.

Sorrise appena.

“Ma possiamo imparare a farlo.”

Il cielo tremò. La crepa si allargò ancora e questa volta…non si richiuse.

 

CAPITOLO 9 – LA SCUOLA CHE NON ESISTE

 

Il bosco non era più solo un luogo. Era diventato… una soglia. Il cielo crepato sopra di loro pulsava lentamente. Come se qualcosa stesse cercando di entrare.

Argo piantò il bastone a terra.

TOC.

La terra rispose. Un cerchio di luce si aprì sotto i loro piedi. Simboli antichi comparvero tra le radici.

“Benvenuti,” disse Argo,

«nella scuola che non esiste.»

Tino guardò intorno.

“Scuola? Qui?”

Nera sorrise.

“Non aspettarti banchi e quaderni.”

Gigio aggiunse:

“Qui si impara… sbagliando.”

Argo si avvicinò a Tino.

“La tua bussola non è rotta.”

Tino la sollevò. Era ancora spenta.

“È bloccata,” disse Argo.

“Perché quello che sta arrivando… non segue le emozioni.”

“E allora cosa segue?” chiese Tino.

Argo lo guardò negli occhi.

“La negazione.”

Silenzio.

“Quelli che stanno arrivando,” continuò,

“sono paure che hanno fatto una scelta diversa.”

Gigio abbassò lo sguardo.

“Non vogliono essere ascoltate.”

Il vento si alzò.

“Vogliono restare così.”

Tino strinse la bussola.

“Perché?”

Il Raccoglitore parlò. Per la prima volta… senza durezza.

“Perché ascoltare… significa cambiare.”

Silenzio.

“E cambiare… fa più paura di restare mostri.”

Il cielo tremò. Dalla crepa… iniziarono a scendere. Non una. Non due. Decine. Forme oscure. Senza volto. Senza voce. Ma piene. Di tutto ciò che nessuno aveva mai voluto guardare.

Tino fece un passo indietro.

“Io non posso…”

Argo lo fermò.

“Non devi affrontarle tutte.”

“E allora cosa faccio?!”

 

Argo indicò il cerchio.

“Ne scegli una.”

Silenzio.

“E la guardi davvero.”

Una delle ombre si staccò dal gruppo.

Scese. Davanti a Tino. Era instabile. Tagliente. La bussola si accese. Debole. Tino tremava.

“Non riesco…” Gigio si avvicinò.

“Non devi essere forte.”

Nera aggiunse:

“Devi essere sincero.”

Il Raccoglitore osservava. Dentro di lui… qualcosa si muoveva. Ricordo. Dolore. Scelta. Tino fece un respiro e guardò l’ombra. Davvero.

“Non voglio che tu sparisca,” disse.

«Ma non voglio nemmeno che tu faccia male.»

L’ombra si fermò. Per un istante… vacillò. Il cielo reagì.

Le altre ombre si agitarono. “No!” sussurrò il Raccoglitore. Tutti si voltarono. La sua forma tremava di nuovo.

“Se una cambia… le altre lo sentiranno…”

“E allora?” disse Argo.

Silenzio. Il Raccoglitore chiuse gli occhi. Per la prima volta…non stava combattendo. Stava scegliendo. Lentamente…si alzò e si avvicinò a Tino. L’ombra davanti al bambino si agitò. Più forte.

Il Raccoglitore la guardò. E disse:

“Io ti vedo.”

Silenzio totale.

Le crepe nella sua forma si illuminarono.

“E non ti userò più.”

L’ombra tremò. Poi – si spezzò.

Non in oscurità. In luce.

Un’onda attraversò il cielo. Le altre ombre si fermarono. Gigio sussurrò:

“Sta funzionando…”

Argo sorrise appena.

“No,” disse piano.

“Sta iniziando.”

Il Raccoglitore si voltò verso Tino. Non era più lo stesso.

“Non so cosa diventerò,” disse.

Tino sorrise.

“Nemmeno io.”

Silenzio. Poi Argo alzò il bastone.

“Bene,” disse.

“Prima lezione finita.”

Il cielo tremò di nuovo. Perché qualcosa…stava ancora osservando. E non era cambiato.

 

 

CAPITOLO 10 – LA SQUADRA

Il bosco era cambiato. Non più solo paura. Non più solo luce. Adesso… era attesa.

Tino respirava piano, la bussola tra le mani di nuovo accesa. Non forte. Ma stabile. Argo osservava tutti. Uno per uno.

“Adesso basta imparare da soli,” disse.

“È il momento di diventare… qualcosa di più.”

Nera inclinò la testa.

“Una squadra?”

Gigio sorrise.

“Finalmente.”

Il Raccoglitore rimase in silenzio. Tino lo guardò.

“Vuoi restare?”

Silenzio. Poi lui rispose:

“Non so ancora chi sono.”

Pausa.

«Ma so chi non voglio più essere.»

Tino annuì.

“Allora è un buon inizio.”

Argo batté il bastone a terra.

TOC.

Il cerchio di luce si ampliò. Avvolse tutti.

“Ogni squadra,” disse,

“ha bisogno di un equilibrio.”

Indicò Tino.

“Tu sei il Cuore. Vedi. Ascolti. Scegli.”

Tino deglutì. Indicò Gigio.

“Tu sei il Ponte. Sei ciò che collega luce e ombra.”

Gigio fece un piccolo inchino. Indicò Nera.

“Tu sei lo Sguardo. Vedi quello che gli altri non vogliono vedere.”

Nera sorrise.

“Finalmente qualcuno che capisce.”

Poi… Argo si fermò davanti al Raccoglitore.

Silenzio.

“E tu…”

Il Raccoglitore sollevò lo sguardo.

“Tu sei la Memoria.”

“Memoria?” sussurrò Tino.

Argo annuì.

“Ricordi cosa succede quando nessuno ascolta.”

“E puoi impedire che accada di nuovo.”

Il Raccoglitore rimase immobile. Poi… fece un piccolo cenno. Il primo. Argo fece un passo indietro.

“E io?” chiese Tino.

 

Argo sorrise.

“Io… vi insegno come restare insieme.”

Il cielo sopra di loro si mosse. Le ombre lontane osservavano, ma non si avvicinavano. Non ancora.

Tino guardò gli altri. Gigio. Nera. Il Raccoglitore. Diversi. Diversissimi. Eppure…

“Noi possiamo farcela,” disse. Gigio rise piano.

“Non sarà facile.”

Nera aggiunse:

“Non sarà nemmeno giusto.”

Il Raccoglitore concluse:

“Ma sarà necessario.”

Silenzio. Poi Tino alzò la bussola. Questa volta…non indicava una direzione. Creava una. Un filo di luce si allungò davanti a loro. Nel bosco. Verso qualcosa di nuovo. Argo li guardò. Orgoglioso. Ma serio.

“Ricordate,” disse,

“non siete qui per distruggere le paure.”

Pausa.

“Siete qui per cambiare ciò che possono diventare.”

Il vento si alzò. La squadra fece il primo passo. Insieme. E il bosco…si aprì.

 

 

CAPITOLO 11 – LA PRIMA MISSIONE

 

Il filo di luce davanti a loro si fermò. Non nel bosco. Oltre. Dove le montagne si aprivano…

e il cielo sembrava più vicino. Argo si fermò.

“Ecco la vostra prima missione.”

Tino guardò avanti. Un piccolo villaggio di montagna, ma qualcosa non andava. Nessuna luce nelle case. Nessun fumo dai camini.

Solo… silenzio.

“Sembra vuoto,” sussurrò.

Nera annusò l’aria.

“No.” Pausa.

“È pieno.”

Gigio si irrigidì.

“Troppo pieno.”

Il Raccoglitore guardò il cielo.

Una crepa più piccola… ma stabile.si apriva proprio sopra il campanile.

“Qui le paure non stanno crescendo,” disse piano.

“Si stanno… accumulando.”

Argo annuì.

“Questo posto è diventato un nodo.”

“Un nodo?” chiese Tino.

“Un punto dove le paure si intrecciano,” spiegò Argo.

“Se si stringe troppo…”

“Si spezza tutto,” concluse Gigio. Silenzio. Tino strinse la bussola.

“Cosa dobbiamo fare?”

Argo li guardò tutti.

“Entrare.”

Pausa.

“E non perdervi.”

Nera sorrise appena.

“Facile.”

Il Raccoglitore non disse nulla, ma i suoi occhi… erano attenti.

“Ci sono tre punti,” continuò Argo.

“Tre luoghi dove il nodo è più forte.”

Indicò il villaggio.

“Il ponte.”

Un vecchio ponte sospeso che oscillava nel vento.

“La torre.”

Una struttura antica, inclinata, con la crepa sopra.

“E…” Si fermò.

“La casa vuota.”

Tino sentì un brivido.

“Perché quella?” chiese.

 

Argo lo guardò.

“Perché è lì che tutto è iniziato.”

Silenzio.

Gigio si voltò verso Tino.

“Dovremo dividerci.”

“No!” disse subito Tino.

Nera scosse la testa.

“Se restiamo insieme, il nodo si chiuderà prima.”

Il Raccoglitore parlò:

“Tre punti. Quattro di noi.” Silenzio.

“Uno dovrà restare indietro,” disse.

Tino guardò tutti.

“Chi?”

Nessuno rispose. Il vento aumentò. Il ponte oscillò. La torre scricchiolò. La bussola iniziò a muoversi. Tre direzioni.

Una verso il ponte.

Una verso la torre.

Una verso la casa.

Tino sentì il cuore accelerare.

“Io scelgo la casa,” disse. Silenzio.

Gigio lo guardò.

“È la più pericolosa.”

“Lo so.”

Nera inclinò la testa.

“Allora non vai da solo.”

Il Raccoglitore fece un passo avanti.

“Io vado con lui.”

Tutti si fermarono. Gigio lo osservò.

“Se succede qualcosa…”

“Lo so,” disse il Raccoglitore. Silenzio. Argo annuì lentamente.

“Bene.”

Indicò Gigio.

“Tu al ponte.”

Indicò Nera.

“Tu alla torre.” Poi guardò Tino e il Raccoglitore.

“E voi…” Pausa.

“Non cercate di vincere.” Silenzio.

“Cercate di capire.”

Il cielo tremò. Le ombre nel villaggio si mossero. Perché qualcosa…lì stava aspettando. E sapeva che stavano arrivando.

 

CAPITOLO 12 – LA CASA E IL PONTE

 

Il villaggio li accolse senza suono. Nessun passo. Nessun respiro. Solo… presenza.

LA CASA

Tino e il Raccoglitore si fermarono davanti alla porta. Era socchiusa. Come se qualcuno fosse entrato…o uscito.

“Pronto?” sussurrò Tino.

“No,” rispose il Raccoglitore.

“Ma entriamo lo stesso.”

La porta si aprì da sola. creeeek… Dentro… non era buio. Era peggio. Era normale.

Un tavolo.

Una sedia.

Un bicchiere d’acqua.

“Sembra… abitata,” disse Tino.

“Lo era,” rispose il Raccoglitore. Un passo. Il pavimento scricchiolò e qualcosa cambiò. Le pareti si allungarono. Le ombre si spostarono. La casa… si ricordava.

“Non è un posto,” disse il Raccoglitore.

“È un momento.”

Tino strinse la bussola. Che iniziò a battere. Come un cuore. Poi – una voce.

“Non entrare.”

Tino si bloccò. Era una voce di bambino. Uguale alla sua. Davanti a lui…apparve una stanza. E dentro…c’era Tino. Più piccolo. Senza luce nelle mani. Seduto. Solo.

“Io…” sussurrò Tino.

Il Raccoglitore non si mosse.

“Questa non è una paura qualsiasi.”

Il Tino più piccolo alzò lo sguardo.

“Se entri… succederà di nuovo.” Silenzio.

“Cosa?” chiese Tino.

Il bambino non rispose, ma Tino capì. Un ricordo. Un momento in cui… non aveva aiutato qualcuno. Un momento dimenticato.

“Io non…” iniziò.

“Lo hai fatto,” disse il Raccoglitore.

Non duro. Non freddo. Vero. Tino tremava.

“Se entro… devo riviverlo?”

“No,” disse il Raccoglitore.

“Devi guardarlo… senza scappare.” Silenzio.

Tino fece un passo avanti. Il bambino nella stanza scosse la testa.

“Non farlo.”

Tino sussurrò: “Questa volta… resto.”

Entrò. La luce esplose.

IL PONTE

Il vento urlava. Il ponte oscillava nel vuoto. Gigio avanzava lentamente. Ogni passo… un ricordo. Poi lo vide. Dall’altra parte del ponte. Un coniglio. Ma non lui. Più grande. Più scuro. Occhi vuoti.

“Finalmente,” disse.

Gigio si fermò.

“Sei… quello che ero.”

L’altro sorrise.

“No.” Pausa.

“Sono quello che hai lasciato indietro.”

Il ponte scricchiolò.

“Non puoi eliminarlo,” disse l’ombra.

“Non puoi cambiarlo.”

Gigio fece un passo avanti.

“No,” disse piano.

“Ma posso riconoscerlo.” Silenzio. L’ombra avanzò.

“Io sono la parte che voleva diventare forte… facendo paura agli altri.”

Gigio abbassò lo sguardo.

“Lo so.”

Il vento si fermò.

“E allora?” chiese l’ombra.

Gigio alzò lo sguardo.

“Allora non ti nego.” Silenzio.

“Ti porto con me.” Il ponte tremò. L’ombra esitò.

“Non puoi controllarmi.”

Gigio sorrise.

“Non devo.” Fece un passo e attraversò l’ombra. Non combattendo. Accettando. La luce e il buio si intrecciarono e per la prima volta… l’ombra non attaccò. Scomparve. Dentro di lui. Gigio rimase fermo. Più stabile. Più completo.

 

RITORNO ALLA CASA

La luce si calmò. Tino era in piedi. Nella stanza. Davanti al suo ricordo, ma non era più solo.

“Mi dispiace,” disse.

Il bambino lo guardò.

“Non lo sapevo.”

Tino scosse la testa.

“Ora sì.”

Silenzio.

Il bambino sorrise e svanì. La casa tremò. Il nodo si allentò. Il Raccoglitore osservava.

“Hai fatto qualcosa di diverso,” disse.

Tino annuì.

“Sono rimasto.” Silenzio.

Poi guardò il Raccoglitore.

“Puoi farlo anche tu.”

Il Raccoglitore non rispose, ma per la prima volta… non guardava via.

CAPITOLO 13 – CIÒ CHE GUARDA TUTTO

 

Il nodo… non si spezzò. Respirò. La casa si quietò. Il ponte smise di tremare. Per un momento…

sembrò finita. Poi il cielo cambiò. Non con un suono. Non con un lampo. Con uno sguardo. Tino uscì dalla casa insieme al Raccoglitore. Gigio li raggiunse dal ponte e tutti, nello stesso istante… alzarono gli occhi. La crepa sopra la torre non era più una ferita. Era… aperta. E qualcosa… stava guardando indietro.

“Non è una paura,” sussurrò Gigio.

“No,” disse il Raccoglitore.

“È quello che le tiene insieme.”

Il cielo si oscurò, ma non completamente. Perché al centro della crepa… comparve una forma. Non definita. Non stabile. Immensa. Un occhio. Non fatto di carne, ma di memoria. Di tutte le paure che erano mai esistite e che non erano mai state ascoltate.

Tino sentì la bussola tremare. Non per indicare. Per resistere.

“Ci vede,” sussurrò.

Nera arrivò dalla torre. Silenziosa.

“No,” disse.

“Ci riconosce.” Silenzio.

L’occhio si mosse. Lentamente. Si fermò su Gigio. Poi sul Raccoglitore. Poi… su Tino. Il mondo intorno si deformò. E una voce – non voce – qualcosa che pensava dentro di loro:

“Tu cambi ciò che deve restare.”

Tino tremò.

“No,” disse piano.

“Io ascolto.” Vi fu una pausa e la voce ribadì:

“Ascoltare è il primo errore.”

Il Raccoglitore si irrigidì.

“No,” disse.

“È il primo passo.”

L’occhio pulsò. Le ombre nel villaggio si sollevarono. Non attaccavano. Aspettavano.

Gigio fece un passo avanti.

“Tu sei quello che resta quando nessuno sceglie.”

Silenzio.

“Io sono ciò che non cambia.”

Il cielo tremò.

“E noi?” chiese Tino.

Un lungo silenzio.

Poi “Voi… siete un errore.”

Il vento esplose. Le ombre si mossero tutte insieme, ma non verso di loro. Verso il cielo. Come chiamate.

“Sta raccogliendo tutto,” disse Nera.

“Vuole diventare completo,” aggiunse il Raccoglitore.

Gigio guardò Tino.

“Se ci riesce…” Tino finì la frase:

 

“Non ci sarà più niente da cambiare.”

Argo arrivò. Non correndo. Camminando. Guardò il cielo. E annuì.

“Eccolo,” disse. Tino lo guardò.

“Tu lo conosci?”

Argo fece una pausa.

“Lo sentivo… da quando ero bambino.”

“Ma non aveva mai guardato indietro.”

L’occhio si fermò su di lui. Per un istante… anche Argo esitò. Poi strinse il bastone.

“Adesso sì.”

Il cerchio di luce si accese di nuovo sotto di loro, ma tremava. Perché questa volta… non stavano affrontando una paura, ma ciò che le crea. Tino guardò la bussola. Poi il cielo. Poi la squadra.

“Allora…”

Fece un passo avanti.

“Dobbiamo fare qualcosa che non ha mai visto.”

Tutti si ammutolirono; poi Gigio sorrise. Nera inclinò la testa. Il Raccoglitore chiuse gli occhi. Argo annuì.

“Sì,” disse piano.

“Dobbiamo scegliere… insieme.”

Il cielo si oscurò. E l’occhio…non batté.

 

CAPITOLO 14

 IL NOME CHE NON DEVE ESSERE DIMENTICATO

 

Il cielo non si muoveva. Guardava. Il cerchio di luce sotto i loro piedi tremava, ma resisteva. Argo fece un passo avanti.

“Non possiamo distruggerlo.”

“Perché?” chiese Tino.

Gigio rispose piano:

“Perché non è qualcosa che è stato creato.”

Il Raccoglitore completò:

“È qualcosa che è stato lasciato.”

Nera aggiunse:

“Da tutti.”

Tino strinse la bussola.

“Allora… cosa facciamo?”

Argo chiuse gli occhi un istante. Poi parlò.

“Facciamo l’unica cosa che non si aspetta.”

Pausa.

“Lo chiamiamo.”

Silenzio. Gigio si irrigidì.

“No…”

“Il nome?” sussurrò Nera.

Argo annuì.

“Ogni cosa che esiste davvero… ha un nome.”

Il Raccoglitore fece un passo indietro.

“Io non l’ho mai detto,” disse.

“Nessuno lo dice.”

“Perché?” chiese Tino.

“Perché ricordarlo… significa sentirlo.”

Il cielo pulsò. Come se stesse ascoltando le loro disquisizioni.

Argo si voltò verso Tino.

“Il piano è questo.”

Il cerchio si illuminò. I simboli cambiarono.

“Ognuno di voi farà una cosa.”

Indicò Gigio.

“Tu terrai l’equilibrio. Se il buio cresce… lo contieni. Se la luce esplode… la riporti.”

Gigio annuì. Indicò Nera.

“Tu vedrai le crepe. Dove l’entità è instabile… dove possiamo entrare.”

Nera sorrise.

“Il mio tipo di lavoro.”

Indicò il Raccoglitore.

“Tu ricorderai per lui.”

“Gli mostrerai cosa è diventato… e cosa era.”

 

Il Raccoglitore tremò, ma non si tirò indietro. Poi…Argo guardò Tino.

“E tu…”

“Tu lo chiamerai.”

Il vento si fermò.

“Io?” sussurrò Tino.

Argo annuì.

“Perché solo chi non ha ancora paura del cambiamento… può dire quel nome senza perdersi.”

Tino guardò il cielo. L’occhio.

“E qual è?”

Nessuno rispose subito. Poi…il Raccoglitore parlò. Una parola. Quasi spezzata.

“Oblìon.”

Il mondo tremò. Il cielo reagì. L’occhio si contrasse. Come se qualcosa fosse stato toccato.

“Non è solo un nome,” disse il Raccoglitore.

“È ciò che fa.”

“Dimenticare,” sussurrò Tino.

Argo annuì.

“Oblìon è tutto ciò che è stato ignorato… fino a sparire.”

Gigio aggiunse:

“E poi tornato… senza forma.”

Nera sussurrò:

“Senza limiti.”

Il cielo si oscurò ancora.

“NON PRONUNCIARE.”

La voce non era più distante. Era vicina. Dentro. Tino tremò.

“Se lo chiamiamo… cosa succede?”

Argo lo guardò.

“Lo rendiamo reale.”

Scese il silenzio.

“E se è reale… può cambiare.”

Il Raccoglitore aggiunse:

“O distruggerci.”

Gigio si avvicinò a Tino.

“Non devi farlo da solo.”

Nera fece un mezzo sorriso.

“Nessuno di noi è solo, ormai.”

Il cerchio si illuminò completamente. La bussola si accese. Non indicava una direzione. Indicava… il centro. Tino fece un passo avanti. Il cielo tremò. L’occhio si spalancò.

“NON—” Tino inspirò. Guardò la squadra e disse:

“Oblìon.”

Silenzio assoluto.

Poi – la realtà si incrinò.

 

 

 

CAPITOLO 15 – QUANDO IL NOME DIVENTA VERO

 

“Oblìon.”

La parola non finì nell’aria. Cadde. Come una pietra… dentro il mondo e il mondo rispose. Il cielo si spezzò davvero. Non più una crepa. Una presenza. L’occhio si aprì completamente. Non era più lontano. Non era più sopra. Era qui. Gigio fece un passo indietro.

“È entrato…”

Nera sussurrò:

“No.”

Pausa.

“È stato chiamato.”

Il cerchio sotto di loro si accese al massimo. Poi – si fermò. Tutto si fermò. Il vento. Le ombre. Il tempo. Tino non sentiva più il corpo. Solo… la mente. E poi – cadde. Ma non verso terra. Dentro.

 

LO SPAZIO DI OBLÌON

 

Non c’era cielo. Non c’era terra. Solo frammenti. Ricordi spezzati. Voci lontane. Cose dimenticate.

Tino era lì. Solo.

“Gigio?”

Silenzio.

“Nonno?”

Silenzio.

Poi – una presenza. Non davanti. Non dietro. Ovunque.

“ORA MI VEDI.”

Tino si voltò, ma non c’era niente da vedere.

“Oblìon.”

Silenzio. Poi – una forma. Non stabile. Non completa. Fatta di volti che apparivano e sparivano.

“Tu sei… tutte le paure dimenticate.”

“NO.”

La voce era più forte.

“IO SONO CIÒ CHE RESTA… QUANDO SMETTETE DI SENTIRE.”

Tino strinse i pugni.

“Allora perché mi hai portato qui?”

Silenzio. Poi – immagini. Tino. Più piccolo. Un giorno. Una scelta. Qualcuno che aveva bisogno. E lui…che non si era fermato.

“Basta,” sussurrò.

“QUESTO È CIÒ CHE FAI.”

Le immagini aumentarono. Non solo sue. Altri bambini. Altri adulti. Persone che avevano ignorato.

Voltato lo sguardo.

“Non è vero!” gridò Tino.

“È SEMPRE VERO.”

Il mondo si incrinò. Tino cadde in ginocchio.

“Io… sto cercando di cambiare.”

 

Silenzio. Poi – Oblìon si avvicinò. Non come corpo. Come pressione.

“CAMBIARE È LENTO.”

“IO SONO VELOCE.”

Tino respirava a fatica.

“E allora?” disse.

“ALLORA VINCO.” Il buio avanzò, ma qualcosa si accese. La bussola. Non nella mano. Dentro. Una luce. Piccola. Stabile. Tino alzò lo sguardo.

“No.”

“NO?”

Tino si alzò.

“Tu cresci quando nessuno guarda.”

Un passo.

“Io resto.”

Un altro.

“Anche quando è difficile.” Il buio si fermò. Per la prima volta.

“NON PUOI FERMARE TUTTO.”

“No,” disse Tino.

“Ma posso iniziare.”

Lo spazio tremò. Fuori—

IL MONDO REALE

Gigio si irrigidì.

“Sta succedendo” Nera osservava il cielo.

“Non è uno scontro.” Il Raccoglitore sussurrò:

“È una scelta.”

Argo strinse il bastone.

“Forza, Tino…”

DI NUOVO DENTRO

Oblìon si mosse. Non indietro. Diversamente. Le forme cambiarono. Meno aggressive. Più… incerte.

“SE IO CAMBIO…”

“COSA RESTA?”

Tino si fermò e per la prima volta… non rispose subito. Poi disse:

“Resta ciò che scegli di diventare.” per un attimo…Oblìon non parlò.

 

CAPITOLO 16 – CIÒ CHE ERA PRIMA

Lo spazio dentro Oblìon… cambiò. Non c’era più solo buio. C’erano crepe. Piccole. Come se qualcosa… stesse cercando di uscire. Tino restò fermo. Non parlò. Non si mosse. Aspettò e per la prima volta…Oblìon non riempì il silenzio. Lo lasciò esistere. Poi – una luce. Debole. Lontana.

“Cos’è?” sussurrò Tino. Silenzio. Poi la voce. Non forte. Non immensa. Piccola.

“…non lo ricordo…”

Tino fece un passo avanti.

“Allora guardiamo insieme.”

La luce tremò e il mondo si aprì. Non in oscurità. In un ricordo.

 

PRIMA DI OBLÌON

 

Scena: Un prato. Silenzioso. Un bambino. Seduto. Solo. Non piangeva. Aspettava.

“Chi è?” chiese Tino.

Poi – “…io…”

Tino trattenne il respiro. Il bambino alzò lo sguardo. I suoi occhi… non erano vuoti. Erano pieni.

Troppo pieni.

“Cosa stavi aspettando?” chiese Tino.

Il bambino rispose:

“Che qualcuno mi vedesse.”

“E nessuno è arrivato?”

Il bambino scosse la testa.

“Allora ho smesso di aspettare.”

Il prato iniziò a spegnersi.

“E poi?” sussurrò Tino.

Il bambino lo guardò e disse:

“Poi ho smesso di sentire.”

Il mondo si incrinò. La luce si spezzò e il bambino…iniziò a dissolversi.

“No!” disse Tino. Fece un passo avanti.

“Non sei sparito.”

Il bambino si fermò.

“Sei diventato qualcosa.”

Oblìon. Il nome non fece male, stavolta. Fece… chiarezza. Il bambino tremò.

“Io non volevo essere questo.” Tino si avvicinò.

“Lo so.”

“Ma sei ancora tu.”

Il mondo attorno iniziò a cambiare. Non completamente. Ma abbastanza. Le ombre non sparivano.

Si… mescolavano. La voce di Oblìon tornò. Non ovunque. Davanti a lui.

“SE TORNO…”

“DOVRÒ SENTIRE DI NUOVO.”

Tino annuì. “Sì.”

Pausa.

 

“E farà male.”

Silenzio lungo.

“Ma non sarai solo.”

La luce si espanse.

Fuori

 

IL MONDO REALE

 

Il cielo cambiò. L’occhio non era più stabile. Le sue forme tremavano. Gigio sussurrò:

“Sta succedendo davvero…”

Nera osservava.

“Sta ricordando.”

Il Raccoglitore chiuse gli occhi.

“Oppure sta per rompersi.”

Argo strinse il bastone.

“Le due cose… a volte sono la stessa.”

 

DI NUOVO DENTRO

 

Il bambino guardò Tino.

“Se scelgo di tornare…”

“Non sarò più potente.”

Tino sorrise appena.

“No.”

“Sarai reale.”

Profondo. Poi – il bambino fece un passo. Verso di lui. E per un istante…Oblìon non era più un occhio nel cielo. Non era più una presenza infinita. Era solo…qualcuno. Che stava scegliendo.

 

CAPITOLO 17 – CIÒ CHE RESTA

 

Il bambino fece un passo e il mondo trattenne il respiro. Dentro Oblìon…

Tino non si mosse. Non parlò. Non spinse. Aspettò. Perché questa volta…non era lui a scegliere.

Era l’altro. Il bambino tremava.

“Se torno…” sussurrò,

“tutto quello che sono stato… sparirà?”

Tino scosse la testa.

“No.” Pausa.

“Cambierà.”

Silenzio.

Il bambino chiuse gli occhi. E per la prima volta… non si difese. Sentì. Tutto. Il vuoto. L’attesa. Il dolore. Ma anche…la possibilità. Quando riaprì gli occhi…non erano più infiniti. Erano umani. E Oblìon…si spezzò. Non in distruzione. In ritorno.

 

IL MONDO REALE

 

Il cielo tremò. L’occhio si incrinò. Le ombre si fermarono. Gigio trattenne il fiato.

“Sta… scegliendo.”

Nera sussurrò:

“O sta cedendo.”

Il Raccoglitore fece un passo avanti.

“No.”

“Sta ricordando.”

Una crepa di luce attraversò il cielo. Poi un’altra. E un’altra ancora. Come se qualcosa di troppo grande…

stesse diventando abbastanza piccolo da esistere davvero.

Argo abbassò il bastone. Per la prima volta…non serviva.

 

L’ULTIMO PASSO

 

Il bambino guardò Tino.

“Resto?” chiese.

Tino sorrise.

“Sì.”

Pausa.

“Ma non da solo.”

Il bambino tese la mano. Tino la prese e in quel momento…Oblìon non era più un nome.

Era una storia. Una storia che aveva trovato una fine e un inizio.

DOPO

Il cielo si chiuse. Non con violenza. Con calma. Le crepe scomparvero. Le ombre non sparirono, ma cambiarono. Non erano più ovunque. Erano… dove dovevano essere. Nel villaggio, le luci si riaccesero. Il vento tornò normale. Il mondo respirò.

 

LA SQUADRA

Tino si svegliò. Era nel bosco. Gigio accanto a lui. Nera poco distante. Il Raccoglitore in piedi.

E Argo… che sorrideva.

“È finita?” chiese Tino. Argo scosse la testa.

“No.”

“È iniziata bene.”

Gigio rise piano.

“Tipico.”

Nera aggiunse:

“Le cose interessanti non finiscono mai davvero.”

Il Raccoglitore guardò il cielo.

“Ma possono cambiare.”

Tino abbassò lo sguardo sulla bussola.

Ora era diversa. Non tremava. Non cercava. Brillava. Come se sapesse.

 

RITORNO

Il maso li accolse con il profumo di legna e pane.

La nonna Lala li abbracciò forte.

“Dove siete stati?” chiese.

Tino sorrise.

“A imparare.”

Argo lo guardò.

E annuì.

 

EPILOGO

Quella notte, Tino non dormì subito. Guardava le montagne. Silenziose. Ma non più misteriose.

Perché ora sapeva. Le paure non spariscono. Non vanno sconfitte. Non vanno chiuse. Vanno viste.

Ascoltate. E, quando serve… accompagnate a cambiare. Tino chiuse gli occhi. La bussola brillò piano. Da qualche parte, nel mondo… qualcosa aveva bisogno. E lui era pronto. Non da solo. Mai più da solo.

 

Le paure non spariscono. Ma possono cambiare. E a volte…la cosa più coraggiosa che si possa fare è fermarsi e dire: “Io ti vedo.”

 

 

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